Il dolore
Frana di Lavacchio, parola agli imputati
Si difendono in aula e spiegano: «Quello che è accaduto quella notte non è colpa nostra»
Si difendono gli imputati del processo sulla frana di Lavacchio, costata la vita a Nara Ricci e al piccolo figlio di appena due anni Mattia Guadagnucci. Alla sbarra con l’accusa di omicidio e disastro colposo ci sono Giuliano Arrighi, capo settore dei lavori pubblici della Provincia; Mauro Alberti, responsabile servizio strade; Nicola Rossetti, responsabile servizio di costa; Libero Ballerini, capo cantoniere (colui che aveva il compito di verificare lo stato delle strade). Ci sono anche il libero professionista che ha certificato i lavori Antonio Cirillo e il titolare della ditta è Paolo Busticchi.
Cirillo è stato quello che ha parlato per più tempo, argomentando quelle che secondo lui sono le incongruenze dell’accusa, sostenuta dal pubblico ministero Rossella Soffio. Ha spiegato perché ha modificato in corso d’opera i lavori di regimazione delle acque. «Era un mio diritto - ha raccontato -, lo prevede la legge. Eppoi quel cordolo non è stato la causa della frana che ha ucciso la mamma e il figlio, lo avevo sistemato io (e non i contadini come ha detto il consulente della procura) duecento metri più in alto rispetto allo smottamento avvenuto la notte del 31 ottobre del 2010». Il racconto di Cirillo è stato contestato anche piuttosto vivacemente dal pubblico ministero.
Altra deposizione quella di Alberti che ha detto di non essere il responsabile della pulizia dei boschi: «Non era di nostra competenza». E ha aggiunto: «La sera della tragedia non ero reperibile». Infine sulle segnalazioni dei residenti non evase dal suo ufficio: «Io i sopralluoghi li ho effettuati e ho risposto a ogni quesito dopo il tempo necessario servito per le rilevazioni».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
