Il Tirreno

Svuotarono il conto da oltre un milione

Svuotarono il conto da oltre un milione

Chiesto il processo per dieci: direttore di banca, commercialista, imprenditore edile, coppia di coniugi e complici

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CARRARA. Un ex direttore di banca, un commercialista, un costruttore, due imprenditori del marmo (fratello e sorella), più alcuni complici chiamati a cambiare assegni: sono i protagonisti, secondo l’impianto della procura, di una serie di furti che a partire dal 2005 sarebbero stati messi a segno ai danni di una cittadina milanese ma residente a Marina di Massa, con l’obiettivo di svuotarle il conto corrente di un milione e centomila euro.

La vicenda intricata sarà ricostruita giovedì 12 dicembre prossimo, davanti al gip: per nove persone e una società, il pm Rossella Soffio ha chiesto il processo, per reati che vanno da estorsione a ricettazione, riciclaggio, furto, truffa. La posizione più complicata è quella del carrarese Marco Lucchesi, 49enne di Marina di Carrara, già funzionario di banca e direttore di varie filiali, tuttora ai domiciliari a Marina presso la moglie Tiziana Genovese (anch’essa indagata); Lucchesi è assistito dagli avvocati Ribaldo Reboa e Giuliana Feliciani. Le accuse: furto aggravato con mezzi fraudolenti (distinte bancarie con firma apocrifa o priva di firma cliente); falso; truffa aggravata; sostituzione di persona; falsità in scrittura privata; estorsione (insieme Di Ronza, episodio del 25 maggio 2011).

Nei guai anche l’imprenditore carrarese Marco Alibani, classe 1973 (impiego di denaro di provenienza illecita; ricettazione) e la sorella Maruska (impiego di denaro di prvenienza illecita; riciclaggio, ricettazione) del ’77, titolari all’epoca dei fatti della società Biancospino srl del settore lapideo (entrambi sono difesi dall’avvocato Andrea Lazzoni). Il commercialista carrarese Stefano Pezzica, attualmente con obbligo di dimora nel comune di Carrara, è difeso dagli avvocati Enrico Marzaduri e Francesco Persiani: deve rispondere fra l’altro di impiego di denaro di provenienza illecita, ricettazione, riciclaggio. Stefano Di Ronza, 50enne, costruttore casertano di nascita, residente a Massa, ai domiciliari, è difeso dagli avvocati Giuseppe Tessitore e Francesco Persiani: le accuse vanno da ricettazione a riciclaggio e estorsione.

Per reati minori (sostanzialmente, ricettazione per avere cambiato assegni) la pm chiede il processo anche per Manuela Pasquali, 33 anni di Carrara (avvocato Rinaldo Reboa); Michele Ratti, 43 anni di Carrara (avvocato Andrea Lazzoni), Salvatore Di Ronza (papà di Stefano), 84 anni, avvocato Luca Benedetti.

Tiziana Genovese, moglie di Lucchesi (avvocato Giovanna Daniele), insieme al marito in concorso, è accusata della violazione dell’articolo 12-quinquies del decreto legislativo 306-1992: trasferimento fraudolento e possesso ingiustificato di valori.

La società Biancospino srl è chiamata a rispondere della violazione degli articoli 21 e 25 (octies) del decreto legislativo 231-2001: ricettazione, riciclaggio e impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita.

Insomma, si preannuncia una maxi udienza preliminare, nella quale sono parti offese Federica Bambini e Nicola Rodriguez (assistiti dall’avvocato Adriano Martini), oltre che gli istituti bancari Hypo Alpe Adria Bank di viale Turigliano ad Avenza e l’Unipol Banca di Pisa.

L’inchiesta era nata - così è stato ricostruito - nell’estate del 2011, quando la signora Federica Bambusi si era accorta che dal conto erano spariti oltre un milione. Presenta denuncia e l’inchiesta mette sotto accusa personaggi eccellenti. A partire, come detto dal direttore di banca carrarese Marco Lucchesi, che per la signora era stato per molti anni persona di fiducia; gli imprenditori Marco e Maruska Alibani, Stefano Di Ronza e il commercialista carrarese Stefano Pezzica. Marco Lucchesi - questa la tesi dell’accusa - avrebbe fatto sparire tutti i soldi della signora con tanto di documenti e assegni falsi. Titoli che sarebbero finiti anche agli imprenditori, con il contributo del professionista. Accuse pesanti: furto, riciclaggio e tentata estorsione (quest’ultima previsione per Stefano Di Ronza e Marco Lucchesi).

Quando la donna aveva deciso di venire a vivere all’ombra delle Apuane, da Milano, si era avvicinata a Lucchesi perché aveva già curato dei risparmi del padre.

Nei giorni in cui è esplosa l’inchiesta, l’estate scorsa, la signora Bambusi aveva raccontato al “Tirreno”: «Siamo nel 2010: ero correntista della Hypo Alpe Adria, il mio bancomat non funzionava. Non potevo più prelevare. Chiaramente perchè non c’era più un soldo. Io telefonavo, chiedevo spiegazioni e Lucchesi parlava di guasti, mi invitava a riprovare dopo un’oretta. Non solo, volevo comprare un appartamento a Milano per mio figlio - prosegue la ricostruzione - chiedevo la documentazione e lui mi forniva fogli excel. Quando ho preteso gli atti ufficiali, lui non me li ha mai dati, assicurandomi che tutto era a posto. I soldi, invece, non c’erano sono più».

La signora aveva raccontato che le era stato proposto di acquistare quote della Biancospino «dopo, però, che alla società erano già stati versati assegni con tanto di firma falsa». E parlò di una tentata estorsione. «Ho ricevuto una telefonata minatoria e spari al cancello».

Ora l’udienza preliminare: gli avvocati difensori sono pronti a dare battaglia. Già nell’immediatezza dei fatti avevano sostenuto che a loro avviso vi sarebbero delle incongruenze nella ricostruzione e che la denuncia sarebbe stata tardiva. Per ora, vedremo l’esito del primo filtro dell’udienza preliminare, se ci saranno solo rinvii a giudizio o anche dei proscioglimenti.

(m.b.)

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