Il Tirreno

«No slot: mi ha convinto quel ragazzo»

«No slot: mi ha convinto quel ragazzo»

Il titolare del Bar Giotto: «Si era giocato i dieci euro del pranzo: gli ho dato da mangiare io e ho tolto le macchinette»

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CARRARA. Il bar Giotto di via Verdi ha aderito alla campagna contro la febbre da gioco e ha rimosso le slot machines: una scelta fatta in tempi non sospetti, prima ancora che scoppiasse il dibattito sugli effetti del gambling. A Montignoso, era stato il Bar Bonotti ad annunciare il suo “No slot”. Adesso è la volta di Carrara.

«Una volta ho visto un ragazzino giocarsi i soldi del pranzo, una decina di euro: ho pensato ai suoi genitori, che quel denaro se l’erano probabilmente sudato e, siccome sono padre anch’io, ho deciso di togliere le slot…il pasto alla fine gliel’ho offerto»: Pierpaolo Giacomelli, titolare del bar Giotto di via Verdi, ricorda ancora nitidamente il momento in cui ha preso la decisione di dire no al gambling. Il caso dello studente che si è giocato il pranzo, per lui, è stata la classica goccia che fa traboccare il vaso: «Ho tenuto quelle macchinette per un paio di anni e ne ho viste davvero tante… adesso le città sono piene, le slot si trovano ovunque e la gente si rovina.

Il problema è che lo Stato ci guadagna, e anche tanto, le persone si ammalano e poi si spendono i soldi pubblici per curarle - spiega Giacomelli – servirebbero regole più severe e limiti precisi. Ad esempio individuare un numero massimo di slot per ogni abitante e poi confinarle in spazi appositi, come dei piccoli casinò, mica come adesso che si trovano davvero ovunque». Quello del gambling - come confermano gli esperti - è un circolo vizioso, in cui a perderci sono sempre e comunque i cittadini: «Il grosso dell’incasso va alle multinazionali che gestiscono le macchinette e allo Stato. Certo anche i bar hanno il loro guadagno, su cui però a fine anno pagano di nuovo le tasse. Io mi ero stancato di questo sistema e ho tolto le slot» spiega Giacomelli. L’introito per i locali varia ovviamente a seconda dell’affluenza della clientela: «Noi incassavamo circa 2-300 euro la settimana, che non guastano mica! Però ho preferito mettermi a posto la coscienza ed essere sicuro che nessuno potesse venire a rovinarsi nel mio bar».

Anche perché, queste macchinette oltre che per i clienti, possono diventare un'esca anche per i malintenzionati: «Nel 2008 abbiamo subito un furto: hanno sfondato la porta del bar e sono entrati, prendendo tutto quello che c’era da prendere. Ovviamente si sono accaniti anche sulle slot, per rubare l’incasso. Per noi i danni sono stati ingentissimi, intorno agli 8 mila euro» ricorda il titolare del bar. Proprio in quel periodo la febbre da gioco ha iniziato a dilagare, “contagiando” anche i più giovani, come gli studenti del Liceo Artistico, situato a poche centinaia di metri dal bar Giotto: «Da genitore non me la sono più sentita e nel 2009 ho tolto le macchinette», ricorda Giacomelli.

Una scelta, quella del titolare del bar, fatta in silenzio e senza tanto clamore, tanto da passare inosservata per diversi anni: poi, qualche tempo fa, sulla porta del “Giotto” è apparso un cartello, raffigurante il marchio dei locali contro il gioco d’azzardo. «L’ho scoperto dalla tv… in Trentino e in altre zone del Nord Italia ci sono associazioni di locali e bar “slot free”. L’idea mi è piaciuta e allora ho esposto il cartello» spiega Giacomelli. “Questo è un locale no slot” recita l’insegna, che è raffigurata anche sul profilo Facebook del bar, corredata da una lunga serie di “mi piace”.

Cinzia Chiappini

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