Il dolore
Lettere dal fronte dei giocatori d’azzardo patologici
Le testimonianze scritte di chi insieme agli operatori Ogap affronta il percorso per uscire dalla dipendenza
CARRARA. Come si entra nel tunnel del gioco patologico? E soprattutto, come se ne esce? Innanzitutto, il percorso di uscita inizia raccontando la propria storia. È questo il primo passo che chi è affetto da patologie causate da dipendenze deve essere pronto a fare. Riuscire a raccontarsi di fronte ad altri che, in un modo o nell'altro stanno vivendo il medesimo dramma rappresenta già una prima vittoria. È da questa consapevolezza che nascono i gruppi di autoaiuto, quelli ben noti per combattere dipendenze da alcol e droghe e poi, quelli nuovi, recenti come quella patologia che tanto ha faticato per essere riconosciuta in quanto tale: il Gap, Gioco d'Azzardo Patologico.
È di questa emergenza sociale che si sta occupando l'Ogap, l'associazione contro le dipendenze che in Provincia organizza gruppi di ascolto ed aiuto alle vittime ed alle loro famiglie, guidata da Maria Paola Freschi.
Per tentare di comprendere più profondamente questo disagio che sta mietendo una vera e propria catastrofe sociale ed economica, abbiamo letto alcune testimonianze che offrono, ancor meglio di qualsiasi spiegazione medica, l'entità di un fenomeno in drammatica espansione.
Pubblichiamo - ovviamente in forma anonima per motivi di privacy - alcune storie esemplari. Storie di chi ha voluto rendere partecipi gli altri del loro disagio e che, con un forte senso di responsabilità hanno pensato, a ragione, che le loro storie potessero mettere in guardia tutti coloro che, inconsapevolmente, potrebbero cadere nelloro stesso baratro. Un vero e proprio incubo fatto di sensazioni molto vicine all'allucinazione, quel “limbo”, come egli stesso lo chiama, descritto in un paziente che, dopo una riflessione su malattie spesso mortali e pene d'amore, descrive le dipendenze.
«Quando ho iniziato? Non saprei dire». «Le dipendenze possono essere da alcol, droghe, tabagismo...Tutte hanno purtoppo ottime possibilità di portare il tuo organismo a malattie importanti...ma mai avrei pensato al gioco. Mi sono sempre vantato di non avere dipendenze, eppure... Non ho chiaro il giorno effettivo del mio ingresso nel mondo del gioco d'azzardo... posso dire un anno, due, ma sarebbe inutile: avete presente quando alla guida dell'auto raggiungete casa, ufficio ecc e non vi rendete conto di come avete fatto? Stop, semafori, code affrontate, con una (presenza assenza) ecco questa è stata la mia vita per uno o due anni. Quante volte un profumo, un rumore, un tramonto ha catturato le mie attenzioni, tante volte mi immergevo in sogni, progetti, mi prodigavo a dare tutte le mie attenzioni alla mia famiglia, non ho sempre fatto bene ho anche molte volte sbagliato. Tutto però voluto, come diceva mia mamma, mi organizzavo gli sbagli, pianificavo l'errore, poi si è aperta una porta un corridoio buio con alla fine delle luci e una musica intermittente, ero titubante: entro o non entro...accanto a me il lucignolo di turno. -Che vuoi che sia una volta?- Eccomi dentro, non siamo soli, molte persone giocano, però non mi sembrano rilassati.
Guardo Lucignolo che mi dice -Visto quante persone!- Mi avvicino a una donna, si volta e mi guarda, come a dire sei venuto a gufare... Trovo una slot libera, mi frugo in tasca e trovo 2 euro, una persona accanto mi guarda e mi dice – Hanno già vinto lì- mi dico è una persona che se ne intende...tutto sudato, con due occhi allampanati, mi dico, sarà l'alcol...difatti. In tre nanosecondi mando giù tre Negroni, senza batter ciglio
«Mi sposto in fondo alla sala e trovo una slot sola soletta, appena mi avvicino una musica mi avvolge, parole in sottofondo che decantano vincite, bonus, poi il finto silenzio fatto di brusio, risate e musica di sottofondo viene interrotto da un grido di gioia. Molta gente si avvicina alla slot dove un tipo, gesticolava in segno di vittoria, sembravano tutti contenti, ma negli sguardi l'invidia, la rabbia, la fanno da padrone. La slot con la sua musichina riporta la mia attenzione su di lei, ora ero più motivato, uno aveva vinto, e lo aveva reso felice. Perché io non sono felice... Infilo 2 euro, gioco, nulla: come io no, che ho di meno di quel tizio? Mi infilo le mani in tasca, non ho spiccioli, vedo un cambia monete, infilo una banconota da 10 euro. Ora, guardandomi indietro, quel gesto lo ripeterò una marea di volte, sì, perché quella porta in fondo al tunnel è rimasta chiusa tanto tempo, ma io non me ne sono accorto, perché? Perché non ho visto più i tramonti. Oggi ho aperto quella porta, era l'alba. Di quale giorno? Non mi interessa, l'importante, l'importante è essere fuori. Lucignolo è ancora nel Paese dei Balocchi, ma si sa, è un somaro».
«Ero finito in un limbo». E proprio di “limbo” parla anche un'altra testimonianza: «Riconosco in me una fragilità, data probabilmente da un'insicurezza di base, l'insoddisfazione lavorativa ha accentuato tutto. Ho fatto per tanti anni ciò che sapevo fare bene, giusto o sbagliato facevo parte di un sistema, oggi mi ritrovo a rincorrere in affanno una stabilità economica tartassata dalle mie rovinose problematiche di gioco, che hanno narcotizzato il mio sensore nei confronti del denaro, portandomi anche a gestire l'attività in modo irresponsabile. Piano piano mi riapproprio della mia persona, ma barcollo, perché? Perché mi manca la sicurezza, ho paura di non avere il paracadute, di essere sempre sotto la lente d'ingrandimento, che la mia famiglia abbia delle aspettative immediate, tante volte ho bisogno di evadere, sognare. Sognare. Il limbo in cui ero finito mi faceva sognare vincite, vita facile. Ora invece sogno di riuscire a risollevare la mia vita con il duro lavoro. Ero finito nel limbo, nel primo canto dell'inferno, dove non sei né carne né pesce, sto lentamente superando gli altri canti, sfioro con mano i vizi che li caratterizzano, mi rivedo in ogni situazione...».
«Temo di perdere gli affetti». Ancora, per altri, c'è il terrore di stare perdendo ciò a cui più tengono, gli affetti: «Spero solo che i miei non mi giudichino ma mi comprendano, almeno lo spero, perché voglio ritornare a essere me stesso senza creare altri problemi, dare il meglio di me. Ammiro mia moglie che ha sopportato tutti i disagi che le ho procurato, spero solo che nel tempo non me ne voglia, perché io, anche se mal dimostrato, le voglio un bene dell'anima». «Mi rendo conto del male che ho fatto a tutti i miei famigliari - scrive un quarto - a causa del mio comportamento che ora mi appare in tutta la sua assurdità. Spero solo che mia moglie e i miei figli non cambino, vedo con quanto amore mi stanno aiutando».
Infine, un famigliare, forse un coniuge dopo aver letto del suicidio di un diciannovenne travolto dai debiti di gioco scrive: «Lui si è ucciso per paura di parlarne con i suoi genitori. Dopo che due persone stanno insieme da anni, capisci che qualcosa è successo, non ci si inventa giocatori o alcolisti dalla sera alla mattina, dopo 36 anni di matrimonio. Hai costruito in questi anni tutto, hai dato tutto quello che avevi, poi sei crollato nel baratro, ed è per questo che sia la moglie, o il marito, non possono cancellare quello che hai fatto di positivo. Tornando a te, tendi la mano, noi ci siamo».(b.m.)
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