Proteste
Quattro pagine che resistono dal 1751
La storia di un editto contestato: oggi è difficile anche risalire ai mappali premiati dalla Duchessa
CARRARA. Era il 10 ottobre dell’anno scorso quando, sul “Tirreno”, abbiamo riprodotto le pagine dell’editto manoscritto di Maria Teresa Cybo Malaspina del 1º febbraio del 1751. Pagine che Report ha mostrato anche agli oltre due milioni di telespettatori. L'editto si trova nel volume numero 62, dei bandi di Carrara: è una pagellina, quattro pagine in tutto. Come spieghiamo anche a parte, il punto base, su cui si fondano tutti i dubbi sulla legittimità di considerare - come è stato fatto nei secoli e lo si fa tuttora - i beni estimati alla stregua di proprietà private, è essenzialmente uno: poteva Maria Teresa Cybo Malaspina legiferare "espropriando" le vicinanze, cioè il Comune?
E quindi, il privilegio assegnato ai proprietari di cave “allibrate” è un titolo di proprietà in grado di reggere per quasi tre secoli, oppure - come abbiamo scritto più volte - è tutto un gigantesco equivoco, che costa alle casse comunali circa quattro milioni di euro l'anno? Lo scriveva fin dal 1956 l'avvocato Cesare Piccioli, massimo esperto delle cave di Carrara, nel libro "Gli agri marmiferi del Comune di Carrara", edito fra i quaderni della Camera di Commercio, e lo ribadiva lo stesso Piccioli, 33 anni dopo, nel parere sui beni estimati, rilasciato quasi in contemporanea con gli altri grandi esperti professor Battistoni Ferrara e professor Barile (tutti pareri lasciati nel dimenticatoio, ad oggi). Da un lato, spiegava l'avvovato Piccioli, nell'editto non si parla di passaggio di proprietà, ma si fa divieto alla vicinanza di proporre azioni di rivendica; non solo - aggiungeva, al pari di quanto faranno Battistoni Ferrara e Barile - un principe, feudatario dell'impero, non poteva spossessare una collettività di suoi diritti quesiti su agri comunitari, perché i diritti degli enti minori erano riconosciuti dal diritto imperiale, in contrapposizione al diritto del feudo. Già, ma allora perché sono sopravvissuti fino a oggi, fra l'altro allargandosi a dismisura e senza certezza che gli attuali beni estimati corrispondessero a quelli del 1731?
Nel suo Editto, Maria Teresa Cybo Malaspina distingue fra e cave già aperte e quelle che dovranno aprirsi. Per le prime - scrive - «vogliamo che se l’allibrazione delle medesime è seguita venti anni prima della presente Nostra ordinazione, niun diritto pretenderr mai più possa sopra di esse, o sopra i loro Possessori, la vicinanza ne’ di cui agri sono situate non altrimenti che se a favore dei possessori medesimi militasse l’immemorabile, o la centenaria, o concorresse a pro loro un titolo il più legittimo che immaginare si possa».
A parte che risalire con precisione ai "beni estimati" primigeni, a quelli del 1731, è difficilissimo. Fatto sta che da pochi livelli, siamo arrivati ormai a beni estimati estesi a 52 cave su 81, otto completamente beni estimati, e alcune delle più pregiate. Il canone di concessione - 8 per cento sul valore del marmo, attribuito dal Comune - si riduce drasticamente: zero (per le cave tutte in regime di bene estimato) oppure, la percentuale legata ai mappali non in regime di agro marmifero comunale. Il canone di concessione incassato nel 2012 è stato di 6 milioni e 100mila euro circa: ma, come scriviamo a parte, fra i beni estimati ci sono alcune delle cave più pregiate, e indicativamente all'appello sono mancati circa 4 milioni di euro. Poi le nuove tariffe sono sub judice, annullate dal Tar e probabilmente oggetto di ricorso al Consiglio di Stato, ma questo è un ulteriore problema.(m.b.)
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