Sicurezza
«La paura non passa più» «Ci hanno aiutato poco»
Storie di alluvionati e di soccorritori. «I danni alla casa si riparano, ma l’angoscia ti resta dentro». «Il rischio non è eliminato, e se arriva un altro nubifragio...»
MASSA. «Non passa. I danni alla casa, quelli, in un modo o nell’altro li ripari. Ma dentro ti rimane qualcosa, una paura, un’angoscia sottile. E a ogni pioggia pensi al peggio». La signora Ercolina Grassi, insegnante alle elementari di Bondano, abita con la famiglia al Casone, proprio sulle sponde del Ricortola. E quel che ha vissuto la notte dell’alluvione dello scorso anno non può dimenticarlo. La piena, gli argini che saltano, l’ondata limacciosa di acqua e che entra in giardino, poi in casa. «Abbiamo impiegato una vita per costruire quella casa e l’alluvione l’ha rovinata, pavimenti distrutti, mobili da buttare. La cosa più brutta, però è la paura, quei momenti di terrore...». Quella sera, suo marito Mario (Sabatini) aveva capito subito che le cose si mettavano male. Era uscito nel canale per cercare di togliere rami, detriti che impedivano il deflusso delle acque. Inutilmente. Poi, aveva deciso di accompagnare la figlia a Partaccia, per metterla al sicuro (ma anche la sua casa fu alluvionata). «Sono rimasta così da sola, a lottare contro il fango. Una notte impossibile da dimenticare», ricorda ancora la signora Ercolina.
E come lei, nessuno dimentica quel dramma. Non Franco Ceccarelli, responsabile dell’Alfa Victor, in prima linea nei soccorsi:«Non abbiamo perso un attimo, a mezzanotte eravamo in strada. Siamo 22 volontari, ma abbiamo dovuto chiedere aiuto a Carrara, abbiamo portato le idrovore, la più grande è stata collocata sul Ricortola, le altre hanno aiutato alcune famiglie a liberare le case. Ho impresso negli occhi la disperazione, un uomo mi disse che se non gli avessi fornito un’idrovora, me le avrebbe fatte sequestrare tutte».
Divisa da scout dell’Agea tirata a lucido, alla cerimonia di Casone c’è anche Costanza Borrello, 23 anni, una degli “angeli dle fango” (anche se a lei non piace la definizione). «Siamo stati fra i primi ad arrivare, con gli scarponcini, pensate, mentre il fango arrivava alle ginocchia.Per quattro giorni abbiamo spalato, aiutato, lavorato. Ma devo dire che oggi, a un anno da quel disastro, è stato fatto ben poco per questo territorio». Andrea Francini, un altro scout, annuisce e aggiunge: «I letti dei fiumi sono tornati come prima, solo il ponte sul Ricortola è stato rifatto. Temo che se si ripeterà una “bomba d’acqua” come quella dell’anno scorso, la situazione sarà di nuovo la stessa».
I due ragazzi lo dicono così, senza tono polemico, che “poco è stato fatto per evitare un’altra alluvione”. Come la signora Grassi quando dice: «Ci hanno aiutato davvero poco, a noi neanche i 1.000 euro di indennizzo». Parlano senza acrimonia, come se fosse normale, scontato. Non è rassegnazione, ma la consapevolezza che bisogna “fare da soli”. (c.f.)
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