Il Tirreno

Pochi soldi e tagli pesanti Provincia ko

MASSA. Provincia sì, Provincia no. C’è chi l’ente locale lo considera indispensabile e chi, invece, ritiene sia un “duplicato”. Rimane un fatto: per Palazzo ducale, commissariato, ma in piedi sono...

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MASSA. Provincia sì, Provincia no. C’è chi l’ente locale lo considera indispensabile e chi, invece, ritiene sia un “duplicato”. Rimane un fatto: per Palazzo ducale, commissariato, ma in piedi sono tempi duri. E lo sono - di conseguenza - per i dipendenti. Perchè - per essere sintetici - le competenze rimangono, ma i soldi diminuiscono.

E se tre anni fa - i dati li fornisce il commissario Osvaldo Angeli - l’amministrazione aveva a disposizione 28 milioni per stendere il bilancio, adesso deve fare i conti - è il caso di dirlo - con 10 milioni di tagli statali e 2 regionali: in cassa ci sono 16 milioni. Per racimolare qualcosa la Provincia ha tagliato a sua volta, con il risultato di riportare a casa un paio di milioni: «Il turn over - Angeli entra nel dettaglio - è stato bloccato, in un triennio i dipendenti si sono ridotti - per parlare con i numeri - di 50 unità, adesso sono meno di 300». Non solo: la Provincia non ha contratto mutui e ha deciso di rinunciare al finanziamento di alcuni settori, tra cui cultura e turismo. Detto in parole tecniche: quei settori sono a bilancio zero. E questo perché - il commissario lo sottolinea con forza - i soldi sono destinati, considerata anche la conformazione del territorio, a plessi scolastici e strade.

La situazione, per chi a Palazzo ducale lavoro, è pesante. Spiega il perché Marina Babboni, dirigente a turismo, cultura e personale: «Blocco del turn over e degli straordinari e dipendenti chiamati a lavorare sodo». Anche perché i settori a bilancio zero, se vogliono portare a casa risultati, devono contare sui finanziamenti di Europa e Regione. Ma per ottenerli quei soldi, c’è da partecipare a bandi, con tanto di progetti. I dipendenti ce l’hanno fatta e i finanziamenti ottenuti sono tanti, pari a milioni di euro. Insomma, nella transizione e nell’attesa, sono i lavoratori a “pagare il conto”.

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