Sicurezza
Tanti soldi in meno nelle casse del Comune
CARRARA. Il blocco Fb625 di 30,6 tonnellate, venduto a 3.800 euro la tonnellata dalla Furrer, di cui parlano al telefono Nicola Fontanili e Eugenio Venezia (telefonata intercettata dalla Finanza), ha...
CARRARA. Il blocco Fb625 di 30,6 tonnellate, venduto a 3.800 euro la tonnellata dalla Furrer, di cui parlano al telefono Nicola Fontanili e Eugenio Venezia (telefonata intercettata dalla Finanza), ha fruttato alla Furrer di Gino Mazzi, presidente della Cassa di Carrara, 116.280 euro. E al Comune? Due ipotesi. Se l’azienda Fb dello stesso gruppo (Rina Brizzi e Gino Mazzi) continua a versare secondo il valore medio di 400 euro a tonnellata: 20 euro a tonnellata di canone regionale 78-98, e 6,77 euro a tonnellata per canone di concessione (sarebbero stati 32 euro a “canone pieno” ma una gran parte della cava è considerata bene estimato), totale 819,22 euro, quindi lo 0,8% del prezzo di vendita. Oppure, se anche la Fb opterà di avvalersi della vittoria al Tar che ha annullato il castello dell’attribuzione dei valori medi, e quindi ripristinerà gli accordi del 2008, 13,5 euro a tonnellata, cioè 413 euro, circa lo 0,4% del prezzo di vendita. Lo stesso discorso si può fare per gli altri prezzi intercettati dall’inchiesta; secondo Kapur Munish, alla Sagevan (che fra l’altro commercializza i blocchi della Calocara A, 400 euro di valore medio), i prezzi sono di 3-4mila euro la tonnellata; alla Gvm 3.200 euro; alla Gemeg “molto alti”.
Secondo dati attendibili, dalle cave escono 50-60mila tonnellate di blocchi “super”, in vendita a una media prudenziale di 3mila euro la tonnellata (totale, 150 milioni); altre 100mila tonnellate di “colorati” di fascia subito inferiore (dagli 800 ai 1.500 euro la tonnellata), media mille euro (ma sono di più): 100 milioni; il resto che può andare dai 100-150 ai 3-400 euro, fino a 500. Facciamo 800mila tonnellate per 200 euro: 160 milioni. Il business prudenziale reale dei blocchi che sta emergendo dall’inchiesta della Finanza è di almeno 4-500 milioni di euro; su questa cifra, al Comune, cioè ai cittadini vanno 11,2 milioni l’anno, cioè il 2-3 per cento.
Eppure, gli strumenti per incassare di più c’erano tutti. Fino alla sentenza della Corte Costituzionale del 95, con i subaffitti, alcuni concessionari non esitavano a chiedere il “settimo”, cioé un blocco ogni sette (tradotto in percentuale, il 14% della produzione). Il Comune, nel 94 aveva scritto, nel regolamento degli agri marmiferi avallato dalla Consulta, che il canone viene fissato “in relazione al valore di mercato del marmo prodotto ed esportato dalla cava”. Valore di mercato, senza sofismi. Il problema è che a inserire i sofismi sono stati i nostri rappresentanti: come il 10 aprile 2002, uno degli ultimi atti del consiglio comunale della giunta Segnanini. Con il voto favorevole del sindaco attuale Angelo Zubbani, ma anche di Giovanni Nannini, Pietro Andreani, Cosimo Bergamo, Romano Caffaz, Mario Carli, Bernardo Ciancianaini, Daniele Del Freo, Giovanni Frediani, Dino Geloni, Maria Mattei, Giobanni Nardini, Maria Grazia Orlandi, Riccardo Pecchia, Giancarlo Ribolini e Lucio Segnanini (16, gli assenti erano 15), si sono apportate modifiche sostanziose al regolamento. La durata della concessione, non più vent’anni ma 29 rinnovabili automaticamente. Ma soprattutto, si modifica il comma 1 dell’articolo 10, si abroga la frase “il canone viene fissato in relazione al valore di mercato del marmo prodotto ed esportato dalla cava” e si inserisce “sarà pari ad un importo per tonnellata scavata da stabilirsi da parte del consiglio comunale”; nel comma 2, si abroga “e del suo valore di mercato”, e si inserisce la frase che l’apposita deliberazione sull’entità del canone e le modalità di accertamento sarà adottata “sentite le associazioni di categoria interessate”. Questo, oltretutto, quando la legge 78 del98 aveva dato un ulteriore assist al Comune, stabilendo che il contributo di chi estrae materiale ornamentale deve essere “rapportato alla quantità e qualità del materiale ornamentale estratto, in applicazione degli importi stabiliti dal Comune stesso, nel limite massimo del 5% del valore di vendita del materiale”. Quindi, valore di vendita o di mercato che dir si voglia, significa che per quel blocco Fb625 il Comune avrebbe dovuto incassare, quale contributo ambientale, il 5 per cento di 116.280 euro, ovvero 5.810 euro, più - se già, come spiegato dai giuristi, avesse cancellato i beni estimati - l’8 per cento di canone di concessione, ovvero 9.296 euro. Oppure, visto che i beni estimati sopravvivono, la quota di canone di concessione sulla parte di agro marmifero della Calocara B (circa un sesto), quindi 1.500 euro. Insomma, da un massimo di 15mila euro, a un minimo di 7.300 euro, se solo non ci fossero state le modifiche autolesionistiche del 2002. Per la verità, nel 2011-2012 il canone di concessione dal 5% è stato portato all’8 per cento, ma accompagnato dai valori medi che riportiamo in tabella, a dir poco sottostimati, e con il freno a mano dei beni estimati. La strada maestra era, con il combinato disposto del regolamento originario, Corte Costituzionale, emendamento alla Finanzaria di Marchetti, e legge regionale del 98, fare pagare il 10% del prezzo di mercato, o in ogni caso fissare tariffe senza dover “contrattare” (perdendo poi al Tar) con gli imprenditori. Quante decine di milioni di euro mancano all’appello dal 98 a oggi? (m.b.)
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