Sicurezza
«Il furto alle cave va avanti da anni»
La ex sindaca Fazzi Contigli: città indifferente su quel che succede al monte Lo storico Gemignani: Carrara era orgogliosa e fiera, ma com’è diventata...
CARRARA. Una città indifferente. E reticente. Una città che non si preoccupa del destino delle sue montagne, del suo marmo. E che non denuncia le situazioni di irregolarità.
È questo il ritratto di Carrara nelle parole del magistrato Rossella Soffio, la prima ad avere affrontato, di petto, e dal punto di vista giudiziario il problema del “nero alle cave e al piano”. A parlare della città e del suo rapporto con il marmo dal punto di vista antropologico e politico sono adesso due personaggi che ci conoscono davvero bene: la ex sindaca Emilia Fazzi Contigli, quella che nel 1994 dichiarò decaduti i diritti estensi al monte e lo storico Beniamino Gemignani, che sulle cave e su Carrara ha scritto pagine e pagine.
Due punti di vista diversi, uno più “politico” un altro più antropologico, e una stessa conclusione: «Sì, è vero, i carraresi sono diventati indifferenti di fronte alla loro ricchezza, al loro oro bianco. E si sono volontariamente tappati le orecchie per non sapere cosa succede ai monti».
La ex sindaca: il furto alle cave va avanti da anni. Carrara si tappa le orecchie. «Il fatto è che io continuo ancora a stupirmi, anche dopo 10 anni - comincia col dire la sindaca di ferro, come l’avevano chiamata ai tempi della sua amministrazione, a inizio degli anni Novanta - Il furto alle cave va avanti, e non succede nulla. Anzi. Il non regolamento al monte ha fatto credere a poche famiglie di essere proprietarie delle cave». Eppure, sostiene la Fazzi Contigli il tentativo per cambiare le cose c’è stato, eccome. Ma anche quello è passato inosservato: o meglio nella più totale indifferenza. «Quando nel 1994 è stato confermato, con il superamento delle leggi estensi, che la città è proprietaria delle sue montagne - continua - sarebbe stata una cosa da mettere le bandiere alle finestre. E invece nulla, solo tanta indifferenza. Peggio ancora nel 2002: il regolamento degli agri marmiferi è stato cambiato, non applicato: e la città continua ancora oggi a fare finta di non sapere».
«Eppure sul tema del marmo - prosegue la ex sindaca - basterebbe non tapparsi volontariamente le orecchie: ma provate a chiedere alle gente per strada, nessuno sa nulla, nessuno sa cosa succede nelle nostre montagne, quali sono le regole e se vengono rispettate. Ci sono tanti nostri concittadini che alle cave non ci sono nemmeno mai andati».
Per la Fazzi Contigli quello che attanaglia Carrara è proprio l’”indifferenza”. E su questo sembra in linea con il pensiero e il monito della pm dell’inchiesta le cave che ha invitato i carrarese a “darsi una mossa”.
«Ognuno è chiuso nel suo particolare, ci sarebbe da fare uno studio su questo - conclude la sua riflessione la ex sindaca - Per vederla da punto di vista filosofico un popolo che nel tempo è campato corrodendo il ventre materno, l’alma mater, sembra poi destinato a chiudersi in una sorta di indifferenza. Un’indifferenza a tutto che ci ha reso quelli che siamo oggi».
Beniamino Gemignani: quando la borghesia era illuminata, e il sindacato forte. «Ma come siamo diventati? Com’è diventata Carrara? Su questo tutti bisognerebbe avere l’umiltà di fare un bell’esame di coscienza».
Parola di Beniamino Gemignani, uno che la storia della città la conosce davvero come le sue tasche.
L’indifferenza, la mancanza di collaborazione di Carrara per Gemignani parte da lontano.
«Ma se si va indietro nel tempo mica eravamo così come adesso! - comincia col mettere in chiaro - Per anni siamo sempre stati in prima fila, quando c’era da denunciare qualche ingiustizia eravamo sempre in prima fila. Ma allora era tutto diverso, l’economia del marmo era diversa: c’era una borghesia illuminata, una classe industriale che ha costruito il museo del marmo, l’ospedale. E c’era un sindacato forte, in grado di fare grandi battaglie: siamo stati fra i primi a ottenere le 6 ore e mezzo di lavoro, e anche a stabilire che la paga dei cavatori non venisse consegnata nelle cantine (dove ne rimaneva quasi la metà): in questo caso furono le donne a sollevare il problema. Erano altri tempi».
«Il marmo ce l’avevamo nel Dna ed era rispettato - continua - I tecchiaioli andavano in cava prima di tutti, quando era ancora notte, perché, dicevano: “il marm asciutt i n’è mai mut” (il marmo asciutto non è mai muto). Nel silenzio più assoluto andavano a “sentire” il monte, gli scricchiolii e in base al rumore sapevano quale tecchia andare a pulire. Poi è arrivato il progresso, il modello economico si è aperto al terziario e il marmo ha cominciato a dare sempre meno posti di lavoro. Nel corso degli anni i carraresi hanno cominciato a vederlo come qualcosa di ostile. E non c’è mai stata la redistribuzione degli agri marmiferi, non c’è l’ha fatta la monarchia, nè il fascismo e nè la repubblica».
Carrara così, sottolinea lo storico Gemignani, è cambiata. Irrimediabilmente: «Sembra che non ci siano più i valori per cui vale la pena combattere, abbiamo perso la nostra identità quella che in passato ci ha reso orgogliosi e fieri».
E anche Carrara, dal punto di vista geografico, ha perso la sua immagine.
«Se uno viene a Campocecina oggi, dopo quarant’anni, si mette a piangere. A me lo hanno detto poco fa alcuni amici di fronte al panorama sono sbottati, gli ho visto gli occhi lucidi: “Ma che cosa avete fatto?”»
«Una volta - conclude lo storico - il marmo ci scorreva nelle vene e le cave facevano parte del nostro paesaggio. E i vecchi lo sapevano: “se offendi la montagna prima o poi la paghi”: c’era una sorta di patto, un rispetto sacro. Ora non ci sono più le cime, non ci sono più le creste: basta aprire gli occhi e lo possiamo vedere tutti».
«La verità - aggiunge con un filo di amarezza - è che noi carraresi siamo cambiati, in peggio. E le nostre montagne sono cambiate, proprio come noi».
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