Finanza
«Nostro figlio è una vittima del dovere»
Avviata la causa davanti al giudice Lama da parte dei genitori del cadetto Gianni Gastaldi, morto 36 anni e mezzo fa
CARRARA. Sono passati 36 anni e mezzo, da quella immane tragedia sul Monte Serra che gli ha strappato l’unico figlio maschio, cadetto non ancora ventenne dell’Accademia Navale di Livorno. E oggi, sono ancora a chiedere giustizia: di fronte al giudice del lavoro, dottor Augusto Lama, per sollecitare l’iscrizione del figlio Giovanni (Gianni) nello speciale elenco delle “Vittime del dovere”. Ieri mattina, la prima udienza: i genitori di Gianni Gastaldi (il papà ingegner Rinaldo Gastaldi, la mamma Nadia Pistoresi) erano rappresentati dagli avvocati Andrea Bava di Genova e Luca Lattanzi di Carrara; le controparti, il Ministero della Difesa e il Ministero dell’Interno, dall’Avvocatura dello Stato; una prima udienza molto interlocutoria, di fatto solo lo scambio del ricorso e della prima memoria difensiva, con ulteriore udienza già fissata per gennaio per il deposito di ulteriori memorie e in quella sede sarà definita la data della discussione.
L’avvocato Andrea Bava è uno specialista in questa tipo di ricorsi, di recente ha portato a buon fine un altro caso nazionale, la stragedia della Meloria del 71, ottenendo il riconoscimento di vittime del dovere.
Adesso, riparte l’iter, in vari tribunali a seconda delle località di residenza dei familiari delle vittime. Gianni Castaldi non era nato a Carrara, ma a Mestre, dove aveva frequentato il liceo scientifico; era al primo anno dell’Accademia di Livorno quando l’aereo sul quale viaggiava si schiantò. La famiglia si trasferì a Marina di Carrara dopo tre anni, e proprio di Marina di Carrara era anche il pilota del C 130 Hercules, il maggiore Massimo Proietti.
La tragedia. Nel ricorso si ripercorrono i momenti salienti della tragedia. Gianni Gastaldi, come detto, era Cadetto del Primo Corso dell’Accademia Navale di Livorno; era il 3 marzo del 1977 quando a Calci, sul Monte Serra, si schiantò l’aereo. Insieme ad altri 43 militari, 38 dei quali cadetti, era stato imbarcato su un aereo C 130 denominato Vega 10 per un volo di ambientamento. Il volo avrebbe dovuto avere una durata di circa un’ora - si ricostruisce - e in base al piano di volo, e avrebbe dovuto svolgersi a un’altezza di circa 1000 piedi sul percorso Pisa Caprona Pontedera Livorno Viareggio Pisa.
Alle 14.50 - prosegue la ricostruzione - venivano avviati i motori, e alle 15.05 minuti circa, dopo l’autorizzazione della torre di controllo a decollare e a procedere per Pontedera a 300 metri di quota, iniziava il decollo dell’aeromobile; i contatti radio erano mantenuti dal secondo pilota sino alla comunicazione delle 15.06. Alle 15.09 l’aeromobile non rispondeva più alla chiamata della torre; l’aereo, dopo circa 3 minuti e 30 secondi di volo, si schiantava nei pressi del Monte Serra, disintegrandosi, e provocando la morte di tutte le persone a bordo.
Dagli accertamenti svolti in seguito - si aggiunge nel ricorso - risultò che l’aeromobile, dopo il decollo e i pochi minuti di volo, aveva completamente deviato dalla rotta prestabilita; dopo aver proseguito in linea retta, aveva virato a destra, seguendo la valle dell’Arno fino a Campo, e quindi deviato a sinistra mantenendo la stessa quota, rimettendosi così nella vallata di Monte Mario; in tale vallata, sempre completamente fuori rotta, procedeva al di sotto delle nubi, seguendo evidentemente il contatto visivo con il terreno nel quale seguiva il profilo. La giornata presentava cattive condizioni di visibilità. L’aereo transitava sul Monte Magno a una quota di circa 50-150 metri in cabrata, e dopo una virata a sinistra, scompariva fra le nuvole; dopo qualche il secondo, con i motori in forte accelerazione, andava a colpire il costone del monte, esplodendo: tutti gli occupanti del velivolo perivano nella esplosione.
In realtà - si ricorda - la rotta prestabilita per l’aeromobile escludeva completamente il sorvolo dei monti pisani, tanto che il pilota aveva violato in pieno il piano di volo stabilito dal comando della aerobrigata dell’aeroporto di Pisa San Giusto.
Le indagini svolte dalla commissione dello Stato Maggiore dell’Aeronautica, nonché le perizie effettuate, portarono ad accertare la volontarietà di tale deviazione da parte del capo equipaggio rispetto al piano di volo prestabilito, con spregio di ogni norma di diligenza, anche in considerazione sia della pericolosità del percorso scelto (in zona montuosa, assolutamente inadatta al volo a vista) che delle condizioni meteo (che limitavano la visibilità), che infine del carico umano dei giovani trasportati, che affollavano l’aereo.
Si ricorda che il velivolo, di recente, aveva presentato vistose anomalie meccaniche, che avevano comportato il ricovero in officina dell’aeromobile per diversi interventi, con soste di vari mesi, durante i quali il velivolo era stato anche cannibalizzato, ossia, utilizzato come fonte di pezzi di ricambio per altri velivoli. In particolare, il velivolo aveva evidenziato un indurimento dei comandi, evidenziatosi anche nel volo del mattino del 3 marzo 1977.
Gli avvocati della famiglia Gastaldi ricordano che questa dinamica è stata ricostruita dalla Corte di Appello di Roma che con sentenza 1480/2000, effettuò in sede di condanna del Ministero della Difesa al risarcimento del danno subito da alcune delle famiglie (non di quella ora ricorrente, che in quella sede non fece ricorso), configurando gravissima colpa nel comportamento del pilota.
Ricordiamo che a dicembre dell’anno scorso vi fu indennizzo di 118mila euro a famiglia da parte dello Stato. Ma la battaglia giudiziaria avviata dalla famiglia Gastaldi con il sostegno degli avvocati Bava e Lattanzi è di tipo diverso: il riconoscimento di vittima del dovere per il figlio Gianni quale atto dovuto, che certamente comporterà anche una serie di benefici economici e assistenziali, ma che rappresenterà soprattutto una memoria di una tragedia assurda, in cui perserò la vita trentotto cadetti, cinque membri dell’equipaggio e l’ufficiale pilota.
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