Il Tirreno

Così operavano i “postini” del nero

di Alessandra Vivoli
Così operavano i “postini” del nero

Il grosso delle somme ricevute dagli indiani, fuori fattura, ad altri imprenditori. A loro restava il 5 per cento

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CARRARA. Nero alle cave: le inchieste sono due e il grosso, sia a livello di soldi che di nomi, sarebbe nella seconda. Quella su cui la Procura ancora non si sbilancia ma che, adesso, è ufficiale che esista. Perché, questo è il poco che trapela ci sono imprenditori del marmo coinvolti in “altri carteggi”.

Resta, come punto fermo, una maxi ispezione fiscale, avvenuta molto prima del gennaio scorso, da cui poi sarebbero partire le intercettazioni telefoniche che, avrebbero riguardato anche gli altri due imprenditori di cui si è parlato nei gironi scorsi e che, ad oggi, non sono indagati perché non sarebbero emerse rilevanze, in merito a ipotesi di reato, nei loro confronti.

Insomma una situazione complessa, tutta in divenire. E che, nell’ambiente del marmo, ha scatenato una psicosi da intercettazioni: adesso si teme che le cimici siano davvero dappertutto, anche in mezzo ai blocchi.

C’è un’altra indagine e un giro di soldi più grosso. La novità è proprio questa: gli imprenditori attualmente indagati (l’elenco completo annovera 9 persone) sembrerebbero ricoprire un ruolo minore, quello di “collettori”, o “postini” come vengono chiamati in gergo. Avrebbero cioè avuto il compito di andare a riscuotere il “nero” a Milano o a Rapallo dai clienti indiani, per poi trattenerne solo una piccola percentuale: da quello che emerge dalla relazione della finanza circa un 5%. Il resto, il grosso appunto, sarebbe stato girato nei conti esteri o consegnato, direttamente, ad altri imprenditori carraresi.

Quelli che sarebbero indicati - nella relazione che spiega le origini della indagine - solo in modo generico ma che, stando ai bene informati, sarebbero oggetto di verifiche, proprio in questi giorni, da parte delle Fiamme Gialle.

Così agivano i “postini”. Nella relazione di servizio della Fiananza ci sarebbe un passaggio in particolare che avrebbe dato origine alla seconda indagine, quella che, a quanto sembra, coinvolgerebbe altri imprenditori del settore. E non in modo marginale.

Si parla della somma di 75mila euro, che uno degli imprenditori iscritti, attualmente al registro degli indagati con l’ipotesi accusatoria di frode fiscale e riciclaggio, avrebbe consegnato a un imprenditore carrarese. O meglio la somma sarebbe stata prelevata, con un viaggio a Milano, da un gioiellerie indiano. E versata poi, questo sarebbe il passaggio più delicato, in gran parte all’imprenditore carrarese di cui non si fa il nome. A lui sarebbero andati 72mila e 500 euro. E a uno degli imprenditori finiti nel registro degli indagati (con nome e cognome) solo 2.500 euro. Circa il 5%: quella che, stando alle indiscrezioni che trapelano e da cui avrebbe preso le mosse la seconda inchiesta, sarebbe una percentuale pattuita. Proprio da chi commissionava le vendite e i viaggi a Milano o a Rapallo. Perchè, questo è bene ricordarlo, gli imprenditori indagati -Nicola Fontanili, i fratelli Venezia e l’indiano Kapur Munish (sul registro ci sono anche l’autista, la maglie e il figlio) non sono concessionari di cave. Insomma non hanno la produzione dei blocchi.

Si apre quindi uno scenario completamente diverso, che riserverebbe, almeno stando alle ultime indiscrezioni, un ruolo più marginale agli attuali indagati.

Ed un bubbone, molto più grande, che sarebbe sul punto di esplodere.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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