Il Tirreno

«Noi piccoli commercianti non ce la facciamo più»

«Noi piccoli commercianti non ce la facciamo più»

Pezzica del sindacato PMI: difficile poter acquistare i blocchi in cava non vengono neppure lavorati in loco, la Marmi Carrara doveva essere un volano

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CARRARA. «Noi delle piccole imprese del commercio del marmo, siamo sull’orlo del burrone. Ho un’attività da 25 anni e non ho mai visto da parte delle istituzioni un’attenzione verso la nostra categoria. E che fine ha fatto il progetto degli industriali per la lavorazione degli informi? Dov’è la filiera del marmo?». Bernardo Pezzica, imprenditore e presidente del sindacato Piccole e Medie imprese del commercio lapideo, si sfoga facendo il punto sulla situazione: «Quando è nato il sindacato, aderivano una cinquantina di imprese, oggi siamo rimasti in sette o otto. Tutte le altre sono morte, cessate». E’ questo uno degli aspetti problematici del settore lapideo. Il grido di allarme era stato lanciato già qualche anno fa dal sindacato PMI. «Il quadro è peggiorato – dice Pezzica – i concessionari delle cave gestiscono la materia prima e i piccoli commercianti sono sempre più in difficoltà». Spiega che per le piccole imprese è difficile riuscire ad acquistare singoli o pochi blocchi a prezzi per loro convenienti, le “partite” di blocchi (buoni e meno) di molte tonnellate su cui si può strappare qualcosa sul prezzo, non sono alla portata delle disponibilità economiche delle piccole aziende commerciali. «Non abbiamo neppure i mezzi per immagazzinare tanto marmo. Copriamo solo alcune fasce di mercato. E poi la maggior aperte dei blocchi va all’estero, non viene trasformato in loco».

Secondo il segretario della Fillera Cgil, Roberto Venturini, le piccole imprese «dovrebbero consorziarsi per avere maggiore forza. Bisognerebbe che Cna e Confartigianato promuovessero consorzi di acquisto di blocchi in cava, intere “partite” per 30, 50 aziende. Un consorzio strapperebbe prezzi migliori, Lo diciamo da anni». La formula del consorzio, è condivisa da Giacomo Bondielli della Filca Cisl: «E poi, se le banche sostenessero le piccole aziende... Se ci fosse la filiera in loco...». Francesco Fulignani, della Feneal Uil, conferma la complessitrà del settore lapideo.

Ma Pezzica spiega «quanto sia difficile, localmente, creare consorzi. Ci vorrebbe un punto di riferimento: la Marmi Carrara doveva essere la locomotiva anche per le piccole imprese del commercio del marmo, invece.... Noi per ora galleggiamo, ma non possedendo la materia prima. Occorre unità di intenti dal monte al piano, la filiera darebbe lavoro a tutti e più ricchezza la territorio, se il 60% dei blocchi fosse lavorato in loco».

Pezzica ne ha per tutti: «Come sindacato PMI abbiamo chiesto aiuto al Comune, perché per uscire da questi problemi le istituzioni devono regolamentare il settore, e poi dovrebbero intervenire gli industriali, la Marmi Carrara per uno sviluppo del territorio. Deve rinascere la filiera del marmo, partendo dai grossi gruppi imprenditoriali. Oggi al monte c’è una situazione di oligopolio», cioè un mercato in cui operano un numero limitato di imprese o venditori. E Pezzica nella sua analisi inserisce la questione della durata delle concessioni delle cave, uno dei punti su cui l’amministrazione comunale si sta concentrando: «Ventinove anni sono troppi, direi che 15 sono più che sufficienti per fare investimenti in cava. E dopo sette anni il Comune dovrebbe effettuare una verifica. Ma non basta, bisognerebbe anche contingentare l’escavazione, pensando ai nostri figli. Non dico che le cave spariranno, ma anche se non si esauriranno, il rischio è quello di un abbassamento della qualità del marmo».

Nel suo mirino anche la biennalizzazione della fiera Marmotec: «E’ stato un grosso errore per il nostro territorio, Noi piccoli commercianti non ce la facciamo economicamente a partecipare a fiere all’estero, o anche a Verona». E il centro tecnologico del marmo che sorgerà qui? «Bella idea, peccato che qui sorgerà in mezzo al deserto della trasformazione».

Cinzia Carpita

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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