Il Tirreno

Syn-Tech, 43 lavoratori senza futuro

Area appetibile e strategica (con un fotovoltaico d’avanguardia), ma nessun investitore. L’appello dei lavoratori

2 MINUTI DI LETTURA





MASSA. Nessun futuro, nessuna prospettiva per Syn-Tech e per i suoi 43 (ex) dipendenti. Una Eaton “minore”, con meccanismi simili: da una parte la multinazionale Usa che chiude e delocalizza, qui l’azienda vicentina capofila, la Estel che chiude il sito produttivo e concentra la fabbricazione di mobili da ufficio in metallo a Thiene, esternalizzando la produzione prima svolta da Syn-Tech. E, come per Eaton, anche qui lavoratori in cassa integrazione, famiglie in difficoltà e uno stabilimento svuotato in cerca di nuove produzioni. Con una differenza: l’area di Syn-Tech, 27mila metri quadrati è molto “attrattiva”: i capannoni sono relativamente nuovi (realizzati attorno al 2003-2005, sono dotati di pannelli fotovoltaici e, pertanto, in gran parte autosufficienti per i consumi di energia, l’impianto è stato oggetto di una recente ristrutturazione e si trova in una posizione logistica strategica per l’accesso alla viabilità stradale. Un sito appetibile, insomma, ancora presidiato dalle 43 maestranze tutte professionalmente qualificate, e pronte a rimettersi a lavoro.

Ma questo, evidentemente non basta. I lavoratori si sentono abbandonati e mentre scade il primo anno di cassa integrazione, bussano alle porte delle istituzioni per chiedere aiuto. Alcuni giorni fa le Rsu hanno incontrato il sindaco Alessandro Volpi, a cui hanno esposto storia e drammi della loro azienda.

«Temiamo – dicono Carlo Ricci e Marco Danesi della Fiom – che anche per Syn-Tech accada quel che troppe volte è già accaduto. Che si assista cioè inerti al passaggio di realtà produttive tanto veloci ad acquisire le aree quanto a lasciarle mettendo alla porta centinaia di lavoratrici e lavoratori, mantenendo la proprietà dei siti con l'aspettativa che un domani qualche politico compiacente li renda frammentabili e appetibili per una lottizzazione a loro economicamente vantaggiosa».

Non solo: i lavoratori ricordanon che l’azienda è stata chiusa, ma la produzione di componenti metallici per mobili d’ufficio continua su altri territori, a conferma di come ormai – è il commento della Rsu Fiom – «che quello che conta sono esclusivamente i profitti e le conseguenze di questa logica sono sempre gli operai a pagarle».

Ora, i lavoratori si aspettano, chiedono, che nel prossimo incontro con le istituzioni locali «ci siano risposte che possano rasserenare gli animi dei 43 lavoratori cassa-integrati e che possano dare speranza alle generazioni future di questo territorio».Ma una cosa deve esser chiara, concludono: « Non è più tollerabile che imprenditori aiutati da soldi pubblici vengano a sfruttare territorio e manodopera locale per poi lasciare solo ceneri e macerie».

Claudio Figaia

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Il dolore

San Giuliano Terme, è morto Tiziano Taccola: storico dirigente socialista

di Redazione Pisa