Sicurezza
“Nero” alle cave, indagati i fratelli Venezia
Coinvolto anche il fisioterapista, ma quale atto dovuto per perquisire la casa in cui risulta domiciliato con la sorella
CARRARA. Nero alle cave e al piano. Finanza e procura continuano a studiare la mole di materiale raccolto in lunghi mesi di lavoro, messo a confronto con la documentazione e i pc sequestrati nel blitz di lunedì scorso nelle abitazioni e nelle aziende di nove indagati. Ad oggi, ad emergere dal massimo riserbo tenuto dagli investigatori, sono i nomi di sei degli indagati: i tre fratelli Venezia comproprietari della Venezia Brokers (Eugenio, Giuliano che però di mestiere fa il fisioterapista e Maria Pia Venezia); Nicola Fontanili, che nel settembre di cinque anni fa ha costituito con la Venezia Broker’s la società Venili’s; Kapur Munish, indiano, amministratore di una società di marmo carrarese che non risulta indagata; l’autista Giovanni Simonelli.
Gli avvocati difensori dei fratelli Venezia, Enrico Marzaduri e Patrizia Baccicalupi, hanno anticipato che già domani presenteranno al tribunale del riesame istanza di dissequestro dei pc e del materiale sequestrato ad Eugenio (amministratore unico della Venezia Broker’s) e a Maria Pia, che lavora in azienda. Singolare la posizione del fisioterapista Giuliano: nei suoi confronti, l’avviso di garanzia sembra un atto dovuto “pro forma”, per poter perquisire la casa in cui risulta domiciliato con la sorella. Insomma, i finanzieri per poter entrare hanno dovuto notificare anche a lui il decreto di perquisizione, che equivale a un avviso di garanzia, ma a lui non hanno preso niente perché non svolge attività legate al marmo. Pur avendo, al pari dei fratelli, un terzo delle quote della Venezia Broker’s (la società ha chiuso il bilancio 2012 con un leggero passivo di circa cinquemila euro). L’impressione è che la posizione del noto fisioterapista Giuliano Venezia, con studio ad Avenza, andrà presto verso la richiesta di archiviazione.
A fatica, visto che la procura e la finanza hanno alzato una folta cortina fumogena, si sta completando il quadro degli indagati, anche se restano fuori due aziende di “big” di cui si parla con insistenza, ma per individuare le quali mancano i riscontri oggettivi. Proprio nei pressi di una di queste due aziende ancora non trapelata sarebbe stato trovato l’impiegato di una ditta veneta con in tasca il “tesoretto” di 39mila euro cash, ritenuto dagli inquirenti il “nero” rispetto al prezzo in fattura del blocco pregiato acquistato. Per gran parte degli indagati, le ipotesi di accusa sono di frode fiscale e riciclaggio, entrambe legate all’evasione fiscale nella compravendita dei blocchi di materiale lapideo di pregiata qualità. La compravendita era diretta soprattutto in India e Cina, ma non solo. Da mesi i finanzieri tenevano sotto controllo telefoni e personaggi del settore, seguendo il flusso dei soldi hanno individuato piste interessanti che portano sia in Cina che in India, ma anche a Hong Kong e in altre piazze finanziarie; si parla della Svizzera, e di altri “accoglienti” paradisi fiscali dove sarebbero stati depositati i soldi frutto della sistematica sottofatturazione, messa in atto sia per aggirare la tassazione italiana, sia per evitare i dazi all’importazione che in India soprattutto sono onerosi.
Da tempo si parla anche di una dettagliata informativa arrivata da parte delle autorità indiane alle autorità italiane, nelle quali si sarebbero evidenziate le anomalie sui prezzi di materiale che ormai tutto il mondo sa che sono di pregio e con prezzi alle stelle (lo statuario viaggia sui 3mila euro a tonnellata), e che invece sarebbero stati sdoganati a prezzi molto inferiori. Sarà comunque il prosieguo delle indagini a stabilire i vari livelli di responsabilità e, come sempre, non è detto che le indagini preliminari arrivino a un dibattimento in aula. (m.b.)
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