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La seconda vita del pentito mafioso che diventa chef

La seconda vita del pentito mafioso che diventa chef

I risultati di un progetto che coinvolge tribunale e carcere Sono già in cinque i condannati che sono stati reinseriti

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MASSA. C’è Giovanni, uno che della mafia aveva fatto una ragione di vita, poi, si è pentito, ha collaborato e si è ricostruito un futuro nella ristorazione. Oppure Giuseppe, laureato in lingue e maestro di tennis, che per uno scatto di nervi temeva di aver buttato via quello che aveva costruito con tanta fatica e sacrifici finendo in cella con una pesante condanna per minaccia, danneggiamento e lesioni: si era chiuso in se stesso, non comunicava più con nessuno. Fino a quando non gli è stata concessa la possibilità di uscire per quattro ore al giorno dal carcere a lavorare. Ora dà lezioni di inglese e tedesco e insegna, a chi glielo chiede, come si tiene una racchetta in mano. C’è pure Paolo, truffatore per la sua fedina penale, ma da un paio di anni abile restauratore di mobili, fabbro sopraffino (cambia una serratura a occhi chiusi) e uomo d’ordine (dove passa lui non c’è uno scaffale in disordine). E infine Francesco e Maria, soci nella gestione di un ristorante che per una serie di reati finanziari avevano imboccato la strada sbagliata: sono tornati sulla retta via, uno ai fornelli e l’altra in sala. Sono loro i primi cinque protagonisti di un progetto nato nel 2010 a Massa e già copiato in altre parti d’Italia per la sua forza di reinserimento nella società civile di chi ha infranto il codice penale una volta e promette di non farlo mai più. In questi tre anni altri dieci hanno fatto un percorso simile, prestando volontariamente la loro opera a favore del tribunale di Massa. Un po’ come archivisti, un po’ come factotum. Si sono mischiati con gli impiegati, hanno lavorato gomito a gomito con i dipendenti veri e propri del ministero della giustizia. E si sono concessi una seconda opportunità per vivere nella legalità.

«Giovanni, Francesco, Maria e Giuseppe sono condannati affidati in prova al servizio sociale, che, insieme ad altre dieci persone come loro, grazie a una convenzione tra gli uffici giudiziari e il carcere, hanno scontato la pena prestando volontariamente la loro opera nel tribunale di Massa», scrive il presidente Maria Cristina Failla. E aggiunge: «In linguaggio burocratico questa situazione viene definita una buona pratica perché consente di ottenere risultati per la pubblica amministrazione a costo zero; in effetti, con l'opera dei condannati è stato possibile iniziare e portare avanti il lavoro di riordino dell'archivio del tribunale e della procura e catalogare informaticamente i fascicoli archiviati, consentendone l'immediato reperimento in caso di necessità. I condannati in questo modo hanno finito di pagare il loro debito alla società proprio a favore di quell'apparato che li aveva giudicati e puniti, impiegando positivamente il loro tempo e, forse, imparando un lavoro, ma, soprattutto, hanno avuto l'occasione per sentirsi inseriti in una comunità accogliente, dove condividere le proprie esperienze e crescere nella sicurezza e nella speranza».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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