Attenzione
«A 21 anni una gru mi spezzò la schiena»
Il racconto agghiacciante di Paolo Bruschi nel convegno della Cgil sulla sicurezza nei luoghi di lavoro
CARRARA. «La vita è un dono e va protetta», «Un minuto perso vale una vita», «La prudenza aiuta», «Il destino te lo scrivi tu, alla fatalità non ci credo». Parole di chi ha subito infortuni sul lavoro: uno ha perso un braccio, un altro è sulla sedia a rotelle, un altro ha subito uno schiacciamento. Il loro è un messaggio agli studenti che guardano il filmano dell’Inail presentato dal responsabile di Massa Carrara e Lucca, Carmine Cervo. Il video viene seguito in silenzio da una platea di giovani, di insegnanti, di sindacalisti, di lavoratori, di rappresentanti dell’imprenditoria. La giornata organizzata dalla Cgil, ieri al teatro Garibaldi, fatta di immagini e di parole, ha lasciato in eredità un’occasione in più per riflettere sul tema della sicurezza sul lavoro.
Emozionante, da brivido, la testimonianza diretta di Paolo Bruschi, oggi 50 anni, marito e padre, che a soli 21 anni vide spezzarsi, assieme alla spina dorsale, tanti suoi sogni. Cammina con l’uso delle stampelle, ed oggi ha un sorriso sereno. Ma quando racconta la sua storia, si commuove: «In un secondo la vita può cambiare. Avevo 21 anni, mi ero congedato da un mese dal servizio militare. Lavoravo nella carpentieria di mio padre». Era il 22 novembre 1983. «Dovevamo montare delle colonne in un capannone ad Avenza. Io guidavo una piccola gru a base triangolare, che fortunatamente non costruiscono più. Facendo retromarcia, il terreno bagnato dalla pioggia cedette e la gru si impennò». Non si rese conto subito del pericolo. «Ho sentito il grido di un collega: “Si ribalta! Paolo salta giù!”. Le grida di altri operai. Mi accorsi, saltai giù, gattonando per allontanarmi». Pensò di avercela fatta, invece no. «La gru si rovesciò, mi colpì sulla mia spina dorsale. Mi tirarono fuori, le gambe non si muovevano, il mio cervello dette l’ordine di muoversi ma loro non ne vollero sapere. Mi prese la disperazione». E come le era crollata addosso la grum, gli crollarono addosso tutti i suoi progetti, pensò alla sua famiglia, alla fidanzata che oggi è sua moglie. Poi il ricovero all’ospedale di Carrara. «Dissero a mia madre: suo figlio non camminerà più». Paolo prosegue: «La mia vita in quel momento sembrava finita e risalire dal profondo è stato terribile, perché tutto sembrava perso: sogni, speranze, aspettative di tutti i giorni, ed è lì che ho dovuto misurare il senso della mia vita. Gli affetti, l’amore delle persone care, mia madre, la mioa fidanzata adesso moglie e madre meravigliosa, mi hanno aiutato. Ho tirato fuori tutte le mie forze.Dopo due anni di terapie faticose ho ridato il senso alla mia vita. Non bisogna mai perdersi di fronte alle difficoltà», dice agli studenti. Ora è socio Anmil a dice che la formazione per il lavoro deve partire dalla scuola. «Perché il lavoro sia la realizzazione della dignità dell’uomo e non un pericolo dentro il quale perdere la propria vita o nel migliore dei casi subire una menomazione permanente».
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