Il Tirreno

Newco per salvare Barsanti No di Fiom, ore di tensione

di Claudio Figaia
Newco per salvare Barsanti No di Fiom, ore di tensione

Piano di un imprenditore libanese e dell’ex vicepresidente di Finmeccanica In venti (su 93) non firmano il pre-accordo, scontro tra lavoratori

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MASSA. Arriva una cordata italo-libanese per salvare Barsanti Macchine. Arriva, presenta un piano che promette la creazione di una new company, la riassunzione di 38 dipendenti, “scivoli” verso la pensione e ammortizzatori per gli altri (93 in tutto i lavoratori Barsanti). Più qualche milione da investire. Per la storica azienda che produce macchine per la lavorazione di marmi e graniti è un’ancora di salvezza per tenersi lontano dalle secche del concordato preventivo e dallo spettro del fallimento. Ma la Fiom Cgil di mette di traverso: noi quell’accordo (imperniato sulla rinuncia ai diritti acquisiti per i lavoratori, al loro licenziamento e poi riassunzione nella new-co) così com’è non lo firmiamo.

Si apre così, (si è aperta ieri pomeriggio, una fase tesa e convulsa in fabbrica. La maggioranza dei lavoratori ( fra i quali alcuni iscritti a Fiom) è per accettare il piano. Dall’altra parte, però, sono almeno in 20 sul fronte del rifiuto. E senza il consenso di tutte le maestranze, l’operazione della nuova Barsanti non parte.

Agostino Melani, ingegnere, bocconiano, già vicepresidente di Finmeccanica è l’amministratore delegato della compagine che intende rilevare Barsanti; la famiglia libanese Talal, proprietaria di cave di granito, una compagnia di voli charter, cliente di Barsanti e dotata di enorme liquidità è quella che ci mette i soldi; assieme, in parte meno rilevante, alle nuove generazioni dei Barsanti, la famiglia fondatrice dell’azienda: il pool che vuole rilanciare Barsanti Macchine è questo. Conoscono l’industria apuo-versiliese, sanno che è un marchio conosciuto nel mondo, che ha in portafoglio commesse per milioni di euro, ma anche una situazione debitoria molto pesante. E propongono, dunque, di creare una nuova società (che mantiene il nome originario), affittando il capannone, riducendo drasticamente la forza lavoro, ma garantendo la continuità della produzione. Per buona parte dei dipendenti, a cominciare dagli ingegneri e dai tecnici che girano il globoo a vendere, installare e revisionare le macchine made in Massa, è una proposta a cui non si può dire di no. Così, quando la Fiom frena, scoppia il putiferio. «Ma come, venerdì è stata la stessa segretaria Fiom Luisa Pietrini a illustrarci il piano, nessuno si è opposto, sembrava fatta. Invece oggi (ieri ndr.) scopriamo che le loro firme non ci sono. Incomprensibile, una vergogna. La Fiom vuole fare chiude la fabbrica, questa è la verità», tuona Paolo Mazzanti, delegato Uilm.

Quel che fa infuriare i lavoratori favorevoli alla new. co è soprattutto «il fatto che Fiom non ha proposto un’alternativa, non ha spiegato le ragioni della sua contrarietà. Con questo attegiamento stanno facendo fuggire gli investitori», dicono per tutti Valentino Valentini, capo dell’ufficio commderciale e il dirigente Giovanni Lenzi.

La segretaria provinciale Luisa Pietrini, però, rivendica le ragioni della Fiom: «Continiuamo a trattare finchè c’è un tavolo. E il tavolo c’è – dice alla fine di un lungo supplemento di confronto con l’ad Melani finito a notte –. Venti lavoratori su 93 non hanno firmato il pre-accordo e da qui bisogna partire. Noi vogliamo maggiori tutele e garanzie, chiediamo che non ci sia nessun esubero ma solo esodi volontari, chiediamo gli stipendi arretrati. E finchè le trattative restano aperte, noi non chiudiamo». L’autunno caldo è già cominciato.

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