La manifestazione
«Ho risolto il giallo di Los Roques»
Parla l’ammiraglio Giovanni Vitaloni, dalle missioni Onu alle ricerche in Venezuela
MASSA. Il pragmatismo massese dell’ammiraglio Giovanni Vitaloni ha consentito di risolvere il mistero di Los Roques, località venezuelana dove nel giro di cinque anni (il 4 gennaio 2008 e lo stesso giorno nel 2013) erano scomparsi due aerei da turismo che trasportavano degli italiani, tra i quali Vittorio Missoni. «In pochi credevano che avremmo trovato i velivoli - sorride - invece le cose sono andate come avevamo previsto. Voglio comunque sottolineare che negli ultimi due anni, nell’estenuante attesa di iniziare le ricerche, sono sempre stato supportato dal capo dipartimento della Protezione civile, il prefetto Franco Gabrielli, peraltro anche lui di origini massesi. Certo, avevamo qualche preoccupazione di non riuscire a trovare il primo aereo. Del resto le informazioni che avevamo erano poche; c'era soltanto la comunicazione vocale del pilota che diceva di avere i due motori in avaria e di essere a 16 miglia dall'aeroporto di Gran Roque. Fino ad allora le attività di ricerca erano state svolte considerando le capacità di planaggio dell'aereo, ma nessuno aveva preso in considerazione che potesse essersi inabissato proprio nel punto dove il pilota aveva lanciato il "my day"».
Il velivolo è stato trovato da un piccolo sommergibile capace di effettuare ricerche accurate anche a tremila metri di profondità - il robot si chiama Auw, acronimo di Underwater autonomous vehicle - proprio nel punto dove era stato dato l’allerta. L'Auw lo ha identificato, scattando una serie di fotografie che riportavano la sigla dell'aereo YV2081. "E' lui, non ci sono dubbi", ha esclamato a quel punto l'ammiraglio.
«Ritenevamo - continua l’ufficiale - invece più facile (si fa per dire) poter trovare l'aereo Islander dove era imbarcato Missoni e gli altri suoi tre amici: le posizioni ricavate dall'apparato satellitare e dai tracciati radar davano una indicazione più attendibile di dove l'aereo si trovava fino alla sua scomparsa e quindi la possibilità di scovarlo in una ben definita area era molto alta. Non ci siamo sbagliati. Da militare posso dire : missione compiuta».
L'ammiraglio Vitaloni è un figlio illustre di Massa. Uno di quelli che porta in giro il nome della città che gli ha dato i natali, valorizzando e facendo fare bella figura al territorio. Vitaloni ha tanti ricordi e un rimpianto. E noi iniziamo da qui: «Mi spiace di non aver più legami con Massa. Peccato perché una terra come quella apuana non si trova facilmente in altre parti del nostro paese, con il mare e le montagne a pochi chilometri di distanza fra loro. Io abito in centro a Roma, tutte le comodità che volete, ma bei tempi erano quelli quando potevo andare al mare la mattina fino al pomeriggio ed andare la sera a San Carlo Po a godere il fresco dell’altura. In una metropoli per arrivare a una spiaggia e poi fare ritorno a casa significa trascorrere ore in macchina. Invece quando ero ragazzo non mi rendevo conto di quanto era piacevole vivere nell'ambiente che mi circondava».
L'ammiraglio sfata anche il detto che non vuole profeti in patria: «Abitavo in viale della Stazione e mi sono diplomato al liceo scientifico. Mi ha fatto piacere ricevere una email dall'attuale preside della scuola Enrico Fermi, che, dopo avermi fatto le congratulazioni, mi ha invitato a tenere una conferenza nell'istituto». L'argomento dell'incontro potrebbe essere proprio Los Roques: «Una storia che può interessare le generazioni moderne per far capire come, non sempre, episodi di questo genere,debbano essere visti come un mistero», continua.
Vitaloni è rimasto un punto di riferimento anche per i suoi ex compagni di scuola, nonostante abbia lasciato la sua città nel lontano 1963, a vent'anni. «Mi hanno chiamato in diversi per congratularsi con me per i risultati ottenuti in questa operazione. In particolare uno di loro - Gaetano detto Tano - quello con cui sono rimasto sempre in contatto, mi ha telefonato mentre ero ancora in Venezuela, mi ha fatto molto piacere. Enormemente piacere». Il tuffo nel passato l'ammiraglio, tenendo fede al pragmatismo apuano, lo usa anche per tirare le orecchie ai suoi concittadini: «Avete un territorio magnifico e fate poco per valorizzarlo».
La fama di Vitaloni, dopo i risultati ottenuti a Los Roques, ha raggiunto livelli internazionali. Lui però fa il modesto, come ha già dichiarato alla stampa di mezzo mondo: «Non posso confermare se i corpi dei passeggeri siano ancora nei due aerei. Ai familiari dei 12 italiani dispersi nelle due sciagure, appena rientrato dal Venezuela, ho dato la stessa risposta. Il sommergibile robot che ha localizzato i velivoli opera stando sempre in movimento, quindi non vi era alcuna possibilità di effettuare anche una seppur minima ispezione negli abitacoli». Al settimanale Oggi, invece, ha dichiarato una cosa molto toccante: «Per vedere all'interno dei velivoli occorrono mezzi diversi. Un altro robot per ispezionare l'aereo precipitato nel 2008 che si trova a una profondità di 974 metri, mentre per l'aereo precipitato nel 2013 dovranno essere eseguiti rilievi con sub professionisti, in particolari assetti operativi. Noi avevamo un solo compito: ritrovare i due velivoli. L'abbiamo fatto entro i tempi previsti e con i risultati che conoscete. Io sono un uomo di mare: per me un relitto è sacro come una tomba e non deve essere profanato in alcun modo, anche se capisco il desiderio dei familiari di dare sepoltura ai loro cari».
Ecco quello che dirà agli studenti dello scientifico e certamente sarà la descrizione della dinamica degli incidenti a sollecitare le curiosità adolescenziali: «Sono stati due tragici episodi, e, per me, è ancora tutto da verificare; è inutile oggi fare ipotesi. Il primo velivolo è quasi integro, probabilmente il pilota ha tentato un ammaraggio ma la fortuna non lo ha aiutato. Era a 16 miglia dalla pista di Gran Roque e a 3.000 piedi di quota: pochi minuti e avrebbe superato la barriera corallina entrando così nell'arcipelago dove l'acqua è bassa e il mare è calmo. Il secondo aereo è caduto da quattromila piedi, forse per una avaria e quindi le parti dello stesso si trovano in un'area più vasta. Impossibile capire perché sia caduto in mare. Prima del recupero i sub dovranno fare un'attenta mappatura della zona dove sono sparsi i rottami».
Al termine della nostra chiacchierata, l'ammiraglio rivolge un saluto particolare alla sua Massa: «Mi auguro di rivederla presto». (d.d.)
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