Sicurezza
Il colorificio Fini: noi aspettiamo da 10 anni
Dalle prospettive di ampliamento (e di nuove assunzioni) al capannone già pagato ma che non c’è
MASSA. Qualcuno si è ritirato. Bertazzoni Ascensori, ad esempio; o l’officina meccanica di revisioni mezzi Boghetti. Qualcuno, addirittura, è morto in questi 10-12 anni di gestazione tribolata dell’operazione Gesco. Chi si è ritirato lo ha fatto per limitare i danni, perchè non più interessato all’operazione, perchè nella vita di un’impresa 10 anni sono tanti e gli orizzonti cambiano. Altri, la maggior parte – la pattuglia è di 37 aziende – hanno resistito. Vuoi per tenacia, vuoi perchè la speranza di veder rientrare quell’investimento è l’ultima a morire.
La storia del Supermarket del Colore, di Antonio Fini è emblematica. Ce la racconta Stefano Fini, figlio ed erede del titolare. «Quando, nel 2003 aderimmo al consorzio Gesco, pensavamo di acquistare un capannone che sarebbe stato pronto nel giro di un paio d’anni. In realtà abbiamo firmato fidejiussioni e messo soldi in un progetto che ancora oggi non è stato realizzato».
I Fini hanno in opzione un’area di 980 metri quadrati. Lì vorrebbero spostare la loro attività, attualmente in via Del Cesarino. «Siamo in una strada stretta, i vicini, che hanno costruito le loro villette ben dopo la nostra impresa si lamentano per la nostra presenza. L’istituzione del senso unico, poi, ha reso ancora più difficile l’attività», dice il signor Stefano. L’opportunità di spostarsi nel comparto Gesco è, dunque, per loro allettante. «Spazi a volontà, strutture adeguate per lo stoccaggio delle vernici, per il carico e scarico delle merci, la prospettiva era quella di ingrandirci e, magari, di assumere altre persone, in aggiunta ai sette dipendenti che abbiamo in via Del Cesarino».
Lo sforzo economico non è indifferente: dell’ordine dei 700mila euro, di cui oltre 200mila già versati a titolo di acconto. Ma i Fini ci credono e ci puntano. Solo che il capannone non arriva mai.
E, adesso, con la recessione che rende tutto più difficile, con il progetto Gesco che sembra non avere un futuro certo, con la previsione nera di finire in una procedura fallimentare, questi piccoli imprenditori non sanno più che fare. «Nella nostra sede attuale – spiega ancora Fini – siamo in affitto. Ora, i proprietari hanno deciso di vendere e la cosa ci mette in difficoltà. Negli anni passati non abbiamo ritenuto opportuno acquistare il capannone perchè avevamo la previsione di trasferirci alla ex Olivetti. Ora siamo costretti a farlo, mentre la possibilità di trasferirci non ci è ancora stata data. Un pasticcio, anche perchè andateci voi in banca a chiedere un mutuo quando già avete aperta una partita come quella di Gesco...».
È il gatto che si morde la coda: l’impresa messa in difficoltà dalla burocrazia e dalla politica. «È chiaro – dice ancora Stefano Fini – che se il comparto fosse partito in tempi decenti, oggi questi problemi non ci sarebbero». Come il colorificio Fini, altre aziende entrate in Gesco stanno soffrendo. Se dieci anni fa la loro strategia era di ampliarsi, adesso i piani sono cambiati, le prospettive si sono fatte più incerte. Mentre il loro impegno economico nel consorzio continua a pesare sui loro conti.
Forse, sperano, l’apertura al commerciale potrà dare un nuovo impulso a Gesco. Forse. (c.f.)
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