La manifestazione
Libro testimonianza: “La signora dei veleni”
Vittorio Manici protagonista narrante: di 700 lavoratori siamo rimasti in vita una decina
CARRARA. Testimoniare per proteggere dall’ignoranza. Per diffondere la drammatica storia dei fratelli Manici, che hanno per anni lottato per i diritti delle vittime della Rumianca, è nato il libro “La Signora dei Veleni – Lettera ai posteri” di Idalgo Sartini. Titolo preso dall’appellativo della ex fabbrica che, chiusa nell’84, è stata causa di morte per centinaia di dipendenti: uccisi dai tumori principalmente, ninfee sviluppatesi nei loro corpi a causa del contatto giornaliero con le sostanze chimiche trattate lì dentro. A fare da scheletro al libro è la testimonianza di Vittorio e Giancarlo Manici, i fratelli di cui abbiamo spesso trattato in virtù della lunga battaglia portata avanti perché gli fosse riconosciuta la malattia professionale: entrambi, di 72 e 65 anni, a lungo dipendenti di Rumianca, soffrono di cancro ai polmoni. Ma anche se quella lotta ha infine trovato un riconoscimento nulla può cancellare la tragedia della vicenda ormai consumata. Una realtà che resta di stretta attualità nel mondo degli OGM, dei pesticidi, delle morti bianche che non diminuiscono. Storie che spesso non vengono capite, rese note o trasmesse: così si accumulano le vittime dell’ignoranza e dell’ingenuità. Ma l’ignoranza, la non conoscenza, può e deve essere combattuta: con quest’intento Idalgo Sartini ha scritto il suo libro testimonianza, dopo avere assistito a uno dei tanti meet – up in cui i fratelli Manici hanno parlato della loro storia. Li sentiva da sotto al palco muovere l’animo combattivo e indignato; con tenacia, in un’esposizione cruda alternata da strettoie in dialetto, con foga e remissione allo stesso tempo; con le parole di chi ha vissuto sulla propria pelle ciò che racconta. Così è nata la struttura de La Signora dei Veleni, scritta in prima persona come se fosse lo stesso Vittorio Manici a raccontare: situazioni, fatti, momenti vissuti e testimoniati per immortalare quella sofferenza chimica e mandare un messaggio alle nuove generazioni.
La storia si apre nel ’48, quando il protagonista perse il padre e, a soli sette anni, anche il primo contatto con una vittima della fabbricazione di veleni: veniva ucciso da un tumore alla gola dopo aver lavorato per anni al nuovo stabile di produzione dell’arsenico Zetabianca, “il fiore all’occhiello, il famigerato polo chimico, sempre voluto dall’era fascista, della zona industriale di Massa – Carrara”. Continua tra le file strozzate dai crampi di fame dell’Italia post-bellica, che chiede a una vedova di portare il pane a casa in un modo o nell’altro: anche tramite l’assunzione nella fabbrica omicida del marito come “crocerossina bianca”. Si parla dela cirrosi epatica fulminante che in pieno boom economico attanagliava anche la madre dei fratelli e costringeva Vittorio a sostituirla sul lavoro. Fu con la prima gusta paga che pagò l’acconto del televisore da cui seguire le Olimpiadi di Roma del 1960: fu prima della seconda che perse anche la madre. Da lì la discesa inesorabile verso le fosse avvelenate: “L’olfatto ormai si era assuefatto a quegli strani e acri odori al punto che le narici rifiutavano i profumi veri E la gamma di produzione aumentava insieme ai rischi per noi operai presi da un vertice inconscio che lentamente ci avrebbe portato alla fine”. Poi l’assunzione, a malincuore, per la paga sicura, del fratello più piccolo Giancarlo. In un vortice di nuove sostanze, nuovi morti, nuovi incidenti piegati alla prepotenza dei Direttori, interessati a tenere i loro impiegati all’oscuro della loro sorte. Fino all’incidente finale, quello che impose l’arresto del reparto erbicida FS1 e con lui di tutta La Signora dei Veleni: “questa volta l’incidente non poteva essere tenuto nascosto e passare inosservato, perché oltre a ferire diversi operai i fumi densi, acri e intossicanti di diossina, varcarono le mura di recinzione e, come cavalli impazziti, invasero la città e le zone limitrofe, causando malesseri tra la popolazione e gravi incidenti”.
Una scrittura piana come quella di chi ha qualcosa da dire, senza dovere fingere perché sia d’impatto. La dedica dell’opera va a Vittorio e Giancarlo, i protagonisti, ma anche a tutti coloro che sono morti di cancro per lavorare e ai giovani che sapranno sconfiggere l’ignoranza. Il messaggio è di speranza: se certe atrocità sono accadute per denaro, per denaro non si deve accettare di morire; c’è bisogno di “progettare e costruire un mondo nuovo, pulito, trasparente e senza inganni”.
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