Il Tirreno

La “figuraccia” del consiglio: niente voto sulla Farmoplant

La “figuraccia” del consiglio: niente voto sulla Farmoplant

Ordine del giorno non approvato per mancanza del numero legale, una seduta tecnicamente inutile Ma i consiglieri intascano ugualmente il gettone. La minoranza: Volpi è solo, la coalizione scricchiola

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MASSA. Una figuraccia. Un passo falso clamoroso che non trova giustificazioni: il consiglio comunale decide di ricordare in modo solenne (con una seduta straordinaria) i 25 anni dell’incidente alla Farmoplant – episodio che ha segnato la storia e la memoria del nostro territorio – ma non riesce a votare un ordine del giorno sull’argomento. Perché manca il numero legale.

C’era stato un ampio dibattito mercoledì sera in aula. Poco pubblico, è vero, ma momenti di vera discussione. Alla fine, erano ormai quasi le 22, è Stefano Caruso del Pdl a leggere il documento messo a punto dai capogruppo di maggioranza e minoranza (esclusi i 5 Stelle e Benedetti). Si tratta di un ordine del giorno condiviso, in otto punti. Tra di essi, la richiesta all’amministrazione di monitorare meglio l’area della ex Farmoplant; di “farsi sentire” per quanto riguarda il risarcimento dei danni; la solidarietà ai lavoratori dell’Ilva. Niente di sconvolgente o di politicamente delicato, insomma.

Al momento del voto, però, l’aula consigliare è semi vuota. Il presidente Domenico Ceccotti fa la conta: 15 presenti, compresi il sindaco Volpi e lo stesso Ceccotti. A inizio seduta erano 27. Escono i tre del M5S e la loro è una scelta politica. Esce Benedetti anch’egli in dissenso con il documento. Ma lasciano vuoti i banchi anche diversi componenti della maggioranza. Del Pd e anche delle liste civiche di Volpi. Il consiglio si scioglie, dunque, senza alcun voto. Una seduta inutile: se si trattava soltanto di discutere della Farmoplant senza arrivare a una determinazione del consiglio, si poteva fare un bel convegno. Inutile, ma non per i consiglieri. Compresi quelli usciti dall’aula. I quali il gettone lo hanno comunque incassato, per una spesa a carico della collettività attorno ai 3mila euro. Non una bell’esempio, non c’è dubbio. Infatti, il giorno dopo, tutti a parlare di “figuraccia”. «Sì, una brutta figura, che non riesco a spiegare: chi se ne è andato lo ha fatto per ragioni di lavoro, perché era tardi. Non credo per dissenso o per lanciare messaggi trasversali alla stessa maggioranza. Però si doveva evitare», dice Stefano Alberti (Pd), uno di coloro che sono rimasti in aula.

La capogruppo piddina Elena Fruzzetti, invece, accusa i 5 Stelle: «Hanno fatto tanta demagogia, poi sono usciti dall’aula» e minimizza: «In fondo il voto era una formalità, il consiglio ha discusso a fondo sul tema; il senso della giornata era quello, tanti sono andati via per ragioni improrogabili».

Replica a distanza Riccardo Ricciardi dei 5 Stelle: «Fin dall’inizio non abbiamo condiviso il documento: su una questione così importante non si può sbrigarsela così, con due sedute dei capigruppo. Occorreva una riflessione più approfondita. Se, invece, lo scopo era solo celebrativo, non era il consiglio comunale la sede adatta». Per Maurizio Bonugli (Sel), si è trattato di un consiglio comunale «di troppo. La presenza di soli “reduci” in aula e la mancanza del numero legale la dicono lunga sul bisogno di rinnovare la memoria con strumenti e iniziative di altro genere».

Secondo la minoranza di centrodestra c’è – però – di più: la pessima figura di mercoledì sera è la dimostrazione, lo sostiene Stefano Caruso del Pdl, «che il sindaco Volpi è solo e la sua maggioranza capace solo di fare demagogia sui gettoni e poi di fare mancare vergognosamente il quorum in un’occasione come questa». «La maggioranza scricchiola già, e fa una figuraccia memorabile davanti a tutta la città», attacca anche Stefano Benedetti (anche lui uscito al momento del voto). «Visto quel che è successo in queste prime sedute – aggiunge riferendosi anche alle ripetute votazioni per eleggere il presidente del consiglio comunale – mi chiedo cosa accadrà quando si dovranno votare pratiche ben più importanti e di interesse delle lobby locali».

Claudio Figaia

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