Il dolore
«Ecco come mi hanno azzerato il conto»
Parla donna a cui è stato “rubato” un milione di euro: sono stati anni difficili, ho subito minacce ma la giustizia poi arriva
MASSA. Lo ammette candidamente: si sente «alleggerita», da qualche giorno - confida - la sua vita è cambiata.
È il 19 agosto 2011 quando chiede aiuto alla giustizia: «Il mio conto corrente (oltre un milione ndr) era stato prosciugato - ricostruisce la vicenda - mi sono affidata allo studio del professor Adriano Martini e ho presentato denuncia». Due anni di attesa e venerdì la svolta: cinque arresti. In carcere il direttore di banca Marco Lucchesi, quello che per la signora era «persona di fiducia», domiciliari, invece, per gli imprenditori Marco e Maruska Alibani, Stefano Di Ronza (già in carcere a Prato a seguito di un’altra inchiesta) e il commercialista carrarese Stefano Pezzica. Marco Lucchesi - questa la tesi dell’accusa - avrebbe fatto sparire tutti i soldi della signora con tanto di documenti e assegni falsi. Titoli che sarebbero finiti anche agli imprenditori, con il contributo del professionista. Accuse pesanti: furto, riciclaggio e tentata estorsione (per Stefano Di Ronza e Marco Lucchesi).
La vicenda. Una storia - così la ricostruisce a noi la donna - cominciata nei primi anni 2000 quando lei lascia definitivamente Milano e torna a Massa. È nata nel capoluogo lombardo, ma in terra apuana ha trascorso parecchi anni: suo padre era un dipendente della Montedison. Vive a Milano, poi decide di stabilirsi definitivamente in città. Sceglie di affidare le sue finanze a Marco Lucchesi: «Si era già occupato dei risparmi di mio babbo e, dopo la sua scomparsa, di quelli di mia mamma. Lei si fidava ciecamente, ne parlava come un’ottima persona. Non avevo motivo di dubitare della sua onestà». Quando la signora perde una figlia adolescente, lui è al funerale: «Era in chiesa con sua moglie, un gesto che mi aveva colpito». Colpito perchè - spiega - «il rapporto era solo professionale, non eravamo amici, insieme non abbiamo mai preso neppure un caffè. Soltanto una volta, proprio dopo la scomparsa della mia bambina, la moglie di Lucchesi mi invitò a mangiare una pizza. In quel momento mi sembrò un atto di gentilezza».
I primi segnali. Per la signora è in un periodo difficile, il lutto la segna. Per anni il denaro è il suo ultimo pensiero. Poi nel 2010 i primi dubbi: «Ero correntista della Hypo Alpe Adria, il mio bancomat non funzionava. Non potevo più prelevare. Chiaramente perchè non c’era più un soldo. Io telefonavo, chiedevo spiegazioni e Lucchesi parlava di guasti, mi invitata a riprovare dopo un’oretta. Non solo, volevo comprare un appartamento a Milano per mio figlio - prosegue la ricostruzione - chiedevo la documentazione e lui mi forniva fogli excel. Quando ho preteso gli atti ufficiali, lui non me li ha mai dati, assicurandomi che tutto era a posto». I soldi, invece, non c’erano sono più.
L’incontro con il bancario. Quando la situazione si fa palese, il Lucchesi - racconta ancora la donna - «ammette l’accaduto. Mi ha detto che la mafia lo aveva minacciato, che gli avrebbero ucciso moglie e figlio e che lui era stato costretto a prendere i soldi. Io e mio figlio siamo rimasti annichiliti». Pochi giorni dopo una telefonata: «Lucchesi mi garantiva che mi avrebbe restituito 300-400mila euro, ma io non ho visto un centesimo».
I rapporti con gli altri arrestati. Insomma, la donna conosceva bene Marco Lucchesi.
«Non ho, invece, la più pallida idea di chi siano i tre imprenditori. In realtà fu lo stesso Lucchesi a dirmi che avrebbe mandato a casa mia Di Ronza per la valutazione di un mio immobile. Una persona è venuta, ma non è quella che è stata arrestata». Volto noto, invece, per lei quello di Stefano Pezzica: «L’ho incontrato all’assemblea di una società di cui credevo di aver acquistato quote. Invece ho scoperto che nell’atto notarile il mio nome non è neppure citato». La signora prosegue la sua analisi sui rapporti societari: «Mi fu anche proposto di acquistare quote della Biancospino (finita nell’indagine e oggetto di sequestro ndr) dopo, però, che alla società erano già stati versati assegni con tanto di firma falsa».
La tentata estorsione. «Poi - conclude la donna - ci sono stati la telefonata minatoria e gli spari al cancello. Un periodo pessimo della mia vita. Oltre tutto, per quello che mi è accaduto, mi sono pure sentita dare dell’imbecille. Ora sono felice, ho sempre creduto nella giustizia. Ringrazio gli investigatori, lo studio Martini e chi mi è stato vicino. Altrochè imbecille, ora si copre che Marco Lucchesi ha truffato anche le banche».
Banche contro cui la donna ha promosso cause civili. Ora la signora è soddisfatta e convinta di una cosa: «Non è finita qui».
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