Finanza
Omaggio a Maccari con una bella mostra a Seravezza
Una matita satirica e graffiante, un grande intellettuale che aveva eletto Montignoso sua patria adottiva
MONTIGNOSO. La Versilia con una grande mostra, inaugurata ieri al Palazzo Mediceo di Seravezza, rende omaggio a Mino Maccari, suo figlio acquisito, artista sulfureo dalla matita a rivoltella, intellettuale tra i più ingegnosi del fascismo e del post-fascismo. Maccari, bassotto luciferino dallo sguardo in cagnesco, ebbe tre patrie: Siena contradaiola e sfegatata, dove nacque nel 1898, Roma dove esercitò e morì nel 1989, Cinquale di Montignoso dove ebbe una villa e dove ancora abita il figlio.
La Versilia, ogni estate, lo ebbe ospite sbalorditivo: si accompagnava a donne travolgenti, dipingeva bambole nude rosolate al sole, disputava al Quarto platano di Forte con Montale, Ungaretti, Sapegno, Carrà, presenziava alla mondanità (alla Bussola volle, una notte magica, abbordare Marléne Dietrich); eppoi stampava centinaia di litografie da Mino Galleni, sodale e mecenate, che adesso, assieme a Piero Panati, gli fa questa mostra storica nel più bel castello della riviera, patrimonio dell'Unesco.
Galleni ha 80 anni ma, grazie anche al vitalismo di Maccari, ne dimostra da giovanotto. Lui è un cultore della memoria del maestro. Ne racconta storie e aneddoti. Panati, che gestisce l'omonima casa d'aste e galleria in via Maggio a Firenze, ha venduto dei Maccari a decine e decine e dice: «sono 25 anni che è morto, la Versilia, l'intera Toscana, gli dovevano una celebrazione».
Contento “a pasqua” è Franco Carli, direttore di Terre medicee, l'ente che organizza l'esposizione (176 opere tra disegni, oli, litografie) e che porta a Seravezza un evento culturale che c'entra, eccome, con lo spirito aguzzo, tagliente, della toscanità. Maccari fu tutto toscano, anche becero, anche irriverente, colto tremendissimo, maestro di personaggi quali Leo Longanesi o Indro Montanelli che da lui impararono, sotto il fascismo, a starsene scomodi, a diventare caustici, a fare le bucce al regime; e dopo anche agli altri regimi che al fascismo succedettero.
Maccari fu avanguardista. In tutti i sensi: portò la camicia nera eppoi la dimise incavolato nero contro la palude borghese dove Mussolini, ebbro di potere, sarebbe poi annegato. Maccari non amava le ipocrisie. Inventò una rivista che si chiamava "Il Selvaggio" e assieme ad altri pensatori (Rosai, Carrà, anche Morandi) prese a battere già dagli anni '30 (dal '24 al '43), quegli artisti che s'erano invaghiti (molti a ragione, vedi De Chirico) delle mode parigine: surrealismo, dadaismo, cubismo, eccetera. Ideò la corrente di Strapaese e grazie anche alla Sarfatti, musa ebrea del duce, mise su mostre e contro-mostre a favore dell'arte italiana. Tra l'altro, per un premio Bergamo, premiò Mario Marcucci, allora pressoché ignoto. Con la rivista intraprese una lunga battaglia: contro l'arte cosmopolita che, diceva, nulla aveva a che fare con l'autentica bellezza nazionale. Ma anche contro la decadenza del fascismo che accusava di mollezza.
I gerarchi, l'entourage attorno a Mussolini gliela fecero pagare. Egli era stato entusiasta interventista e camicia nera tra i primi, però non s'era arricchito né smaniava di potere. Cosiché fu emarginato tenuto in sorveglianza, come Malaparte, Montanelli, Longanesi, divenuti non tanto "fascisti di sinistra" (quali Bilenchi o Luchino Visconti), quanto bastian contrari. Temibili perché di penna facile e matita svelta.
Maccari era un splendido disegnatore. Anche uno scrittore strafottente e sulfureo. Con la penna duellò contro bigotti e servitori. Una volta attaccò briga perfino con Lorenzo Viani reo di aver disegnato per Viareggio un monumento ai caduti (oggi ritenuto a ragione tra i più belli d'Italia) che secondo Maccari nelle fisionomie dei tre soldati bronzei rammentavano fattezze mongole, “comuniste”, poco del maschio patrio. Viani se la prese a male, Maccari poi rinnegò lo scritto. Rinnegò tante altre sbandate ma fu sempre amatissimo dagli uomini di cultura. Nella mostra di Seravezza si godranno disegni in bianco e nero con la patina dell'antico, litografie e quadri con soggetti "sputtanati" nelle loro artificiosità, opere facinorose e altre festose poiché Maccari amò la vita, la consumò un sigaro dietro l'altro, la stravisse senza nulla concedere al servilismo, alla pacchianeria. Di lui hanno scritto critici fondamentali da Roberto Longhi a Cesare Brandi ad Ennio Flaiano, Nello Aiello, Leonardo Sciascia, Carlo Betocchi, Luigi Baldacci, Giuliano Briganti, Carlo L.Ragghianti, Federico Zeri, insomma la crema degli studiosi d'arte.
La mostra di Seravezza la presenta Giuseppe Nicoletti che è professore di letteratura a Firenze. Durerà l'intera estate. Merita, con Maccari riconsiderare cento anni di vita e di politica italiana e stabilire come si possa traversare ogni epoca, sistema, ideologia, senza chinare la schiena. Poiché l'ironia e l'umorismo salvano sempre il mondo anche nei giorni più bui.
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