Il Tirreno

«I tuoi soldi? La mafia mi taglieggia»

«I tuoi soldi? La mafia mi taglieggia»

Negli sms del funzionario alla vittima ci sarebbe l’ammissione del raggiro. Il caso degli assegni cambiati da prestanome

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MASSA CARRARA. Minacce pesanti, addirittura spari contro il cancello di casa della vittima. Ma anche espedienti un poco ingenui, come la prassi del commercialista Stefano Pezzica di fare incassare gli assegni “rubati” a prestanome ovviamente ignari di tutto. O come le giustificazioni abbastanza incredibili con cui Marco Lucchesi, il funzionario di banca considerato dagli inquirenti “il motore” di tutta l’operazione criminosa cerca di giustificarsi con la cliente a cui aveva prosciugato i risparmi: “I soldi te li ridarei, ma non posso, è che sono taglieggiato dalla mafia”.

Emerge anche questo dall’inchiesta della squadra mobile della polizia e della guardia di finanza che ha portato all’arresto di cinque persone per tentata estorsione, furto e riciclaggio. Un mix di spregiudicatezza da “malavita” e di ingenuità.

Quando la signora “parte offesa” del procedimento comincia ad accorgersi che i suoi risparmi si stanno prosciugando, si rivolge alle banche per chiedere conto degli ammanchi e a Marco Lucchesi, il funzionario che lei stesso ha eletto quasi come consulente di fiducia (tanto da seguirlo nei suoi spostamenti da un istituto di credito all’altro). Reclama i suoi soldi, la donna. Anche con sms, messaggi telefonici inviati a Lucchesi di cui ha conservato la memoria e poi ha mostrato agli inquirenti. “... sto solo mantenendo gli impegni che ho preso. E purtroppo quello che ho detto è vero...”, scrive in un sms Lucchesi alla donna (rispondendo evidentemente a una sua precedente richiesta). “... No, non posso dimostrarlo”, aggiunge in un altro messaggio. A che cosa si riferiva? A una presunta estorsione ad opera della mafia, spiega la stessa donna agli inquirenti. Lucchesi, cioè, le avrebbe detto di essere taglieggiato da una cosca mafiosa e che, per questa ragione non poteva restituire i soldi. Ma ai successivi sms con richieste di chiarezza, rispondeva di non poter fare i nomi dei presunti estorsori e neanche di dimostrare di essere vittima della mafia. “Io voglio sistemare il prima possibile ma o mi lasci lavorare per risolvere o non mio lasci scelta...”, digita il funzionario di banca in un altro sms finito agli atti dell’inchiesta. Questo scambio di messaggi via telefono, però, è secondo gli inquirenti, anche una ammissione implicita di responsabilità da parte di Lucchesi. Quegli sms in cui l’uomo assicura il suo impegno per “sistemare tutto” sarebbero una sostanziale ammissione di avere commesso il furto.

C’è poi la vicenda degli assegni che, seocndo l’accusa, provenivano dai conti della donna e finivano nelle disponibilità degli indagati. Qui entra in gioco il commercialista Stefano Pezzica, il quale riceveva gli assegni da Lucchesi e, anzichè versarli su propri conti correnti, chiedeva a conoscenti di andare nelle banche di cui erano correntisti, di versare l’assegno sul loro conto e di prelevare da esso la cifra corrispondente in contanti, per poi subito riconsegnarla a Pezzica. Una prassi ripetuta più volte, annota la procura, con l’evidente obiettivo di rendere più difficile l’individuazione della provenienza delle somme che riceveva da Lucchesi e di evitare di essere collegato alle attività del funzionario di banca.

Claudio Figaia

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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