Il dolore
La telefonata minatoria e gli spari al cancello
Gli inquirenti contestano a due indagati anche la tentata estorsione Avrebbero cercato di mettere a tacere la correntista derubata
MASSA CARRARA. C’è un episodio che mette in allerta gli inquirenti.
È il 27 marzo del 2012, sono le undici della sera. La signora, alle prese con un conto azzerato, è in casa. Suona il campanello - così lei ricostruisce l’accaduto agli inquirenti - scende le scale per raggiungere il videocitono,sente alcuni spari e, proprio dal video citofono, vede la sagoma di una vettura che si sta allontanando.
È terrorizzata e informa gli inquirenti. Chi conduce le indagini è convinto che quello sia un atto intimidatorio, con uno scopo preciso: mettere a tacere la vicenda degli ammanchi ed evitare che partano l’inchiesta penale e l’ispezione bancaria.
Gli investigatori collegano quell’episodio ad una telefonata che i l figlio della correntista derubata avrebbe ricevuto un annetto prima. Il messaggio sarebbe rimasto registrato nella segreteria telefonica del cellulare: “dì a ta madre... che se non ritira quel casino che sta facendo... ti può capitare qualcosa di molto brutto.. Dì a tua mamma che ha una settimana di tempo per ritirare qual casino che sta facendo”. Secondo l’accusa a fare quella chiamata sarebbe stato Stefano Di Ronza, in concorso con Marco Lucchesi. E proprio per queste telefonate ( e non per gli spari) ai due sarebbe contestato il reato di tentata estorsione. Gli inquirenti , infatti, sostengono che i rapporti tra Di Ronza e Lucchesi fossero molto stretti , tali da spingerli ad una collaborazione per evitare l’azione penale. E a dimostrarlo - è l’opinione degli investigatori- sarebbero anche alcune intercettazioni telefoniche in cui il funzionario di banca, rimasto senza impiego, chiederebbe proprio all’imprenditore edile una mano per sistemarsi: “Senti una cosa te la devo chieder anch’io Stefano - dice il Lucchesi - perchè qui... sta buttando male, me lo chiami quel tuo amico... se riesce a farmi fare un colloquio”.
Non solo, a rafforzare l’ipotesi di una tentata estorsione anche un file che durante una perquisizione gli investigatori trovano nel computer del Lucchesi. Il contenuto del documento , comunque mai spedito, sarebbe dello stesso tenore della telefonata e - questa la tesi dell’accusa- sarebbe stato destinato proprio alla correntista. Più complicata invece, la definizione di quanto accaduto quella sera di marzo. Gli inquirenti hanno tentato di dimostrare che il Di Ronza e il Lucchesi, in concorso, sarebbero stati anche i mandanti dei sei spari contro il cancello. A Di Ronza è stata anche sequestrata una pistola, regoralmente detenuta e di cui è già stato chiesto il dissequestro. Non esistono però , secondo Ermanno De Mattia, il giudice delle indagini preliminari che ha firmato le misure cautelari, prove che il funzionario e l’imprenditore abbiano organizzato l’atto minatorio. Il reato di tentata estorsione, quindi, è contestato solo in merito alla telefonata.(C.S.)
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