Proteste
«Non posso perdonare i terroristi»
Lo ha detto Massimo Coco, figlio del magistrato ucciso, al “Vignaletto”
CARRARA. Ha suscitato grande interesse ed affluenza di pubblico la presentazione del toccante libro “Ricordare stanca”, edito nel 2012 da Sperling e Kupfer e scritto dal professor Massimo Coco, figlio del magistrato Francesco Coco, prima vittima delle Brigate Rosse negli anni di piombo.
All’evento, tenutosi al Circolo culturale “Il Vignaletto” ed organizzato dall’Unione nazionale mutilati per servizio, dal Centro lunigianese di studi giuridici e dal Centro servizi interdisciplinari (Csin), erano presenti, oltre all’autore del volume, anche Raffaele Ferraresso, presidente nazionale del Csin, Stefania Belmonte, avvocato e responsabile del comitato scientifico della stessa organizzazione, Filippo Micheloni, commercialista esperto in applicazione fiscale Vittime del terrorismo e Augusto Lama, giudice tributario e del lavoro, nonché ex sostituto procuratore di Massa-Carrara.
Ad aprire e moderare l’incontro è stato il commendator Andrea Vinchesi, che ha voluto leggere ai presenti i messaggi inviati in occasione dell’evento da alcune tra le più alte cariche istituzionali quali la Presidenza del Consiglio, quella del Senato ed i ministeri di interno e giustizia.
Massimo Coco, violinista e docente al Conservatorio Niccolò Paganini di Genova, ha poi esposto i temi al centro del suo libro, a cominciare dalla vicenda che ha segnato per sempre la sua vita: l’omicidio del padre Francesco, procuratore della Repubblica del capoluogo ligure, trucidato dalle Br l’8 giugno 1976 insieme a due agenti della scorta: il brigadiere di polizia Giovanni Saponara e l’appuntato dei carabinieri Antioco Deiana.
«Questo triplice omicidio - ha ricordato Coco - fu una rappresaglia dei terroristi, perché mio padre si era opposto al rilascio di 8 detenuti militanti nel Gruppo XXII Ottobre in cambio della liberazione del giudice e amico Mario Sossi, sequestrato dalle Br. Il presunto colpevole, oggi deceduto, venne riconosciuto ed arrestato mentre tentava la fuga in Francia, ma fu poi assolto e scagionato da illustri pentiti del terrorismo, fino ad essere ufficialmente riabilitato dal Comune di Genova attraverso una mostra fotografica pagata con soldi pubblici».
Ed è a questo punto che la commemorazione si è fatta più dolorosa e di attualità, poiché l’oratore ha voluto esprimere anche una durissima critica alla semplificazione mediatica di certi crimini, contro l’ipocrisia e l’indifferenza mostrata dalle istituzioni, che spesso hanno portato a delle vere e proprie assoluzioni pubbliche degli assassini.
«Di fronte a tutto questo - ha spiegato Coco - non ci può essere perdono. Gli unici che potrebbero perdonare sono le vittime, ma ciò non è possibile. E’ vergognoso che la maggior parte di questi terroristi sanguinari siano stati scarcerati ed abbiano trovato prestigiosi posti di lavoro. Alcuni sono stati persino eletti in Parlamento, mentre sarebbe stata giusta la radiazione perpetua dai pubblici uffici. Quelli che dovrebbero essere consentiti loro sono dei lavori manuali, così da essere veramente utili e produttivi per la società, che è stata la vera vittima del terrorismo».
L’incontro è poi proseguito con l’intervento del giudice Lama, che, altrettanto interessante ed apprezzato, ha ricordato l’impegno profuso nella lotta alle Br anche nella nostra provincia negli anni in cui rivestiva il ruolo di Pm, in collaborazione con la Procura di Firenze, guidata all’epoca da Pier Luigi Vigna, sottolineando come il terrorismo, oggi soprattutto di matrice ambientalista e religiosa, sia ancora un problema di bruciante attualità.
«Il nostro sistema giudiziario -ha detto Lama- è sempre stato, giustamente, di tipo garantista, fin dall’abolizione della pena di morte in Toscana nel 1786. Ma occorre tutelare anche il diritto delle vittime a trovare giustizia nei tribunali, secondo un criterio etico- retributivo. La società italiana è riuscita a condannare più il terrorismo di destra che quello di sinistra, perché quest’ultima, seguendo in pieno gli insegnamenti di Antonio Gramsci, ha cercato di influenzare maggiormente gli ambienti intellettuali, diffondendo idee rivoluzionarie fasulle, che, ancora oggi, portano ad una sorta di tolleranza verso il terrorismo rosso, mentre, invece, l’eversione, in una vera democrazia, andrebbe condannata sempre, qualunque sia la sua matrice».
David Chiappuella
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