Sicurezza
Quel grano prezioso nascosto ai tedeschi
Dal capostipite Luigi a Marco: la storia dell’azienda agricola Bonotti che questo mese ha compiuto cento anni
CARRARA. Ha compiuto cento anni, l’azienda agricola Bonotti, nella piccola campagna di Anderlino: un esempio di sopravvivenza contro tutto e contro tutti, si potrebbe dire. E sì, perché quando il capostipite Luigi acquistò i terreni da un mezzadro, era l’8 maggio 1913. Un contratto che il discendente Marco Bonotti, che tira avanti l’azienda con il nipote coadiuvante Fabio, custodisce gelosamente. Alcuni fogli un po’ ingialliti, scritti in bella calligrafia col pennino e l’inchiostro di un secolo fa. Ma quell’azienda ha dovuto sfidare perfino la guerra, e i tedeschi che la devastarono. Oggi la zia, la signora Annarosa Bonotti, «86 anni finiti», sarella del padre di Marco, è la memoria storica di questa famiglia. Si ricorda tutto. «Eravamo in 33, una famiglia patriarcale. Cinque fratelli da parte di mio padre. Avevano dei terreni, altri li hanno comperati e se li sono divisi. Inizialmente stavano a Ricortola».
Poi il contratto d’acquisto ad Avenza, dove c’era una casa antica. «Ma i tedeschi – dice nonna Annarosa - lì ci fecero la zona militare, hanno fatto saltare in aria la casa storica. Ma alla prima mina non crollò tutta, così i tedeschi la tirarono giù con un carro armato. Ci tagliarono tutti i frutteti per avere la vista al mare. Poi in seguito, noi riuscimmo a far rinascere le piante, a costruire una casa nuova. Mio fratello Luigi (nonno di Marco) visse qui, ad Avenza, prima di morire».
«Mio nonno –– racconta Marco Bonotti –– per colpa dei tedeschi, sfollò a Miseglia. Genitori e tre figli. Ciascuno con 100mila lire (allora erano tante) cucite nei taschini. Quando tornarono alla vecchia casa, avevano speso quasi tutto per poter mangiare alla “Borsa nera». «I tedeschi – continua la signora Annarosa – uccisero due miei cugini a Guadine». La presenza dei tedeschi nel nostro territorio, le bombe, costrinsero i Bonotti, come tanti altri carraresi, a rifugiarsi dove c’era la speranza di salvarsi. Così abitarono per un po’ in piazza Rivellino, oggi piazza Lucetti, dietro alla chiesa di San Pietro. «Ma bombardavano anche lì». Si spostarono anche alla Piombara. Sempre con il desiderio di tornare dove sono adesso. E avvenne nell’estate del 1945. «Ricominciammo tutto da capo. – dice Annarosa - I tedeschi non avevano lasciato nulla. Ma io, prima di andar via, avevo sotterrato nei campi, una damigiana di granturco e una di grano. E due bottiglie di olio le avevo nascoste da un’altra parte». La terra, arata e seminata di nuovo, rifiorì, ma il capostipite non potè vederne la rinascita completa: morì nel 1948. «E mio padre Sandro – dice Marco – ci lasciò nel 1990, nell’azienda subentrai io»..
Oggi la fattoria è alla quarta generazione (Luigi, Sandro, Marco e Fabio assieme), e si avvia probabilmente verso la quinta, perché la sorellina di Fabio dice che da grande vuole aiutare lo zio Marco. Che commenta: «Questo lavoro lo devi sentire nel sangue. Un altro al mio posto, magari venderebbe il terreno, io no». Si sente l’odore forte ched arriva dalla concimaia, e il profumo delle coltivazioni, le serre sono ordinate, i campi arati, le galline razzolano, le mucche riposano all’ombra della stalla e i vitellini sporgono il muso allungando le lingue per “esplorare” le persone che visitano la fattoria, che vende a chilometro zero. Oggi ai 15mila metri quadrati della vecchia proprietà si sono aggiunte altre aree in affitto. In tutto l’azienda lavora su 4 ettari a indirizzo zootecnico seguendo le produzioni di stagione.
Sette vacche da latte, 25-30 fra manzi e vitelli. Polli e conigli, ortaggi e frutta. «Vendiamo tutto direttamente qui». Sul muro a lato della “stanza del latte” nuova di zecca, c’è il logo in marmo bianco di Carrara “Azienda agricola Marco Bonoitti”. Aderendo a Campagna Amica di Coldiretti, vende i suoi prodotti anche al mercato tipico in piazza Finelli ad Avenza. «Abbiamo buoni riscontri».
«Eh, – dice Marco – potrei avere una laurea in vendita diretta, perché l’esperienza me l’ha tramandata mio nonno. Qui, con il contatto diretto con la clientela, abbiamo un incasso giornaliero che ci permette di avere la liquidità immediata per tirare avanti. E’ fondamentale». La laurea non ce l’ha ma si è diplomato, come il nipote Fabio che ha 26 anni, all’istituto agrario di Soliera a Fivizzano. Guarda i suoi campi, circondati da un’area urbanizzata, vicino all’Aurelia.. «Per fare la concimaia ho dovuto presentare al Comune un progetto. Volevo anche fare una stalla nuova ma...». Un pezzo di campagna storica che deve fare i conti con il cemento.
Il lavoro è duro, nei campi. Sole, pioggia, fango. Gli animali da accudire, le piante da curare. Marco ride ricordando i suoi predecessori: «Alle 4 del mattino erano a vangare, poi alle 8 tutti a casa dove per colazione la nonna aveva preparato lo stoccafisso, il coniglio o il galletto in umido con la polenta». Una colazione sostanziosa dopo la fatica. «Erano tutti lavori a mano», oggi ci sono i mezzi agricoli. «Farò una festa, penso a settembre, per questi cento anni dell’azienda». Forse coinciderà, chissà, con la tradizionale festa della vendemmia, quando, raccolta l’uva, si mettono tutti («e siamo in tanti»), a tavola. Un pranzo da lieto evento. «E sì, le vendemmie sono come parti, dopo nove mesi di cura delle vigne». I muggiti dei vitelli scandiscono le ore degli agricoltori, le femmine diventano preziose produttrici di latte e Marco le battezza con i nomi dei santi o del mese di nascita: «Pina, Gennara, Martina, Tiziana,Giugna. L’ultima arrivata è Maggiolina, nata proprio il primo maggio scorso. Bianca e nera, saltella nel prato.
L’azienda non è biologica, ma sviluppa un’agricoltura di tipo tradizionale. «Niente pesticidi. Vedi? – Marco entra in una serra dei pomodori - Qui c’è un’arnia con i bombi, per l’impollinazione naturale. Nella serra delle fragole ci sono i fitoseidi, antagonisti del ragno rosso nemico delle piantagioni. Le mucche sono allevate con mangimi animali, niente Ogm. Sì, noi lavoriamo così e sopravviviamo così». Fra l’Aurelia e l’autostrada. Ogni anno nell’azienda, che dà lavoro anche a due ragazzi senegalesi, assunti a tempo determinato («che sono bravissimi»), arrivano in visita decine di scolaresche. E tanti bimbi che scoprono come sono fatti dal vivo galline e vitelli visti su internet.
Fabio pesa degli ortaggi per alcuni clienti. Si muove con calma metodica, tipica del contadino. «Ho questa passione sin da piccolo. Qua si lavora dalla mattina alla sera». Ma non c’è lo stress della città. Sebbene a poche decine di metri sull’Aurelia il traffico sia rumoroso e intenso, nei campi c’è pace e Maggiolina si dinoccola goffamente nell’erba, finché si lascia afferrare da Marco che la rimette nel suo box, accanto alle sorelle. Le future mucche la da latte. Alla signora Annarosa non sfugge nulla della conduzione aziendale: i discendenti le devono molto, da quando salvò, sotterrandola, quella damigiana di grano, da cui tutto è ricominciato.
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