Proteste
Olga, il processo slitta di sette mesi
Rinviato a dicembre a Massa il procedimento per aborto colposo a carico del compagno della ucraina morta di stenti
CARRARA. Caso Olga: ancora un rinvio per il processo a carico del compagno della ucraina morta di stenti. Olga Kogut morì nel febbraio di un anno e mezzo in una tenda piazzata nel bel mezzo della zona industriale di Nazzano. In grembo l’ucraina di 31 anni, portava da sette mesi il suo bambino: anche per lui non c’è stato nulla da fare. Dal marzo del 2012 il corpo di Olga si trova in una cella frigorifera in obitorio. Ed è destinato a rimanerci ancora a lungo: il processo che vede come unico imputato il compagno marocchino di Olga, Oumallah Khalill (assistito dall’avvocato Michela Gatti), sotto accusa per aborto colposo, è stato rinviato al prossimo 10 dicembre. Il giudice Tori ieri mattina in tribunale a Carrara ha rinviato il fascicolo a un giudice togato, e alla sede del tribunale di Massa. Tutto rimandato al prossimo 10 dicembre, con la richiesta di rito abbreviato da parete dell’avvocato Gatti. Insomma ci saranno da aspettare altri sette mesi, altri sette mesi di obitorio per il cadavere di Olga al quale da tempo la madre, a Kiev, chiede di poter dare una degna sepoltura. Intanto il giudice Tori ha disposto che i testimoni chiamati a deporre nel processo (che lo ricordiamo si era aperto sotto il giudice Cosimo Maria Ferri, prima della sua nomina a sottosegretario di Stato alla Giustizia) non siano presenti all’udienza che si terrà con il rito abbreviato a Massa.
Fra i testi c’erano l’ispettore di polizia Franco Butera e il medico legale che si occupò dei primi rilievi sul luogo della tragedia e dell’esame sul cadavere, il dottor Maurizio Ratti.
Il giallo del corpo ancora in obitorio. Un calvario anche dopo la morte quello di Olga Kogut. Il corpo venne sepolto senza fiori, in una fossa comune del cimitero di Carrara il 29 febbraio del 2012. Il 7 marzo, su disposizione del marito e dell’ambasciata ucraina venne riesumata e finì fino al 12 marzo in un magazzino del cimitero. Per poi essere chiusa in una cella d’obitorio dove si trova da più di un anno. Nonostante il nulla osta alla sepoltura (ma non per l’espatrio della salma) firmato dalla Procura già molti mesi fa.
Il processo. Il compagno di Olga, padre del bambino che la donna portava in grembo, deve difendersi dall'accusa di aborto colposo: per aver cagionato, cioè, e per colpa, l'interruzione di gravidanza della giovane donna ucraina. Secondo l'accusa il marocchino avrebbe omesso di chiedere assistenza agli organi preposti per la medesima gravidanza da lui stesso provocata. Omettendo, così recita il capo di accusa, qualunque intervento nonostante le precarie condizioni di vita (in una tenda di fortuna, al freddo, con un materasso sporco a fare da letto) e in relazione anche ai controlli medici necessari per la gravidanza.
Non ci sono altri imputati per la tragica morte della 31enne deceduta di stenti. Solo il compagno. Proprio lui che, in quella gelida mattina di febbraio si era accorto che la compagna non si era svegliata ed era priva di sensi, era andato in bicicletta a chiedere aiuto. Le indagini si sono concluse con un unico rinvio a giudizio e con l’avvio del processo, per aborto colposo, mesi fa con il giudice Cosimo Maria Ferri. Adesso tutto rinviato al tribunale di Massa, fra sette mesi.
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