Sicurezza
L’abbraccio ad Andrea Vignali
Il documentarista rapito in Siria ha partecipato ieri ad un dibattito: «Sono ancora sconcertato»
MASSA. Quando Andrea Vignali, il documentarista massese rapito il 4 aprile scorso dai ribelli siriani e successivamente liberato, fa la sua prima apparizione pubblica in città - ieri in occasione di un dibattito sulla primavera araba organizzato dall'Accademia per la Pace - sembra solo un ragazzo appena tornato da un lungo e stancante viaggio.
Abbraccia calorosamente gli amici d'infanzia e regala sorrisi commossi ai conoscenti che fanno la fila per salutarlo. Ma guardandolo negli occhi, tra il nero delle pupille, non si può non intravedere la sua sofferenza silenziosa come un rullino avvolto di una storia di dieci giorni di prigionia in una terra devastata dalla guerra.
Giorni di cui lui stesso ancora non riesce a parlare liberamente, senza interrompersi più volte, deglutire, riprendere fiato, come per respingere nello stomaco quella sensazione di estraneità mista a paura che accompagna il ricordo. Dopo il dibattito lo abbiamo incontrato per farci raccontare la sua esperienza.
Qual è stata la cosa più difficile da sopportare durante la prigionia?
«L'angoscia di non poter comunicare con i miei cari per dire loro che stavo bene. Il pensiero che loro si stessero preoccupando, come è normale che succeda quando un genitore non sa assolutamente che ne è del proprio figlio, mi faceva stare malissimo. Inoltre mia nonna stava, e sta, male, quindi mi preoccupavo di non poterle stare vicino. In dieci giorni di prigionia avrai avuto sicuramente modo di pensare molto».
Hai mai pensato in maniera nostalgica a Massa, la tua città natale? »Certo. Io, benché abiti a Roma da dieci anni, mi sento ancora massese. Qui ho la mia infanzia, i miei cari e tanti bei ricordi. Ho fatto anche diversi lavori sul percorso di attaccamento e allontanamento dalle mie origini. Tra l'altro una delle emozioni più belle del dopo prigionia è stato vedere il supporto morale che mi avevano dato tutti i miei vecchi amici». Cosa ti mancava di più della città?
«Il mare. La tranquillità». Questa esperienza ha cambiato il tuo modo di pensare la tua professione?
«Non penso. Mi prenderò sicuramente una pausa dal lavoro per cercare di rielaborare questa esperienza, per capirla e valorizzarla. Se riniziassi immediatamente a lavorare agirei impulsivamente in base alle emozioni, alla paura, e questa è una cosa da non fare per chi fa il mio lavoro, come per tanti altri. La paura immobilizza. Anche prima di partire ero terrorizzato perché sapevo di non andare in vacanza, ma in guerra. Ma ho ragionato in base agli obiettivi e non alla paura. Volevo assolutamente sapere cosa succedesse là e sono partito. Quando avrò rielaborato questa esperienza, tornerò a fare quello che facevo. Tornerai mai in Siria o in un altro paese in guerra? Questo non lo so e non lo saprò finché non mi sarò preso il tempo per riflettere. Devo ancora capire realmente cosa è successo».
Come ti senti ora quando pensi a quei dieci giorni di prigionia?
«Sconcertato. È un'esperienza così lontana dalla nostra normalità che anche quando la vivi non ti rendi immediatamente conto di averla vissuta. Noi, all'infuori dei nostri nonni, non abbiamo benché la minima idea di cosa voglia dire vivere in guerra, alzarsi la mattina e sperare solo di non essere ucciso. Da noi la vita è un diritto, là non lo è. È una sensazione quindi di sbalordimento che ancora devo comprendere».
Quanto ti fermerai a Massa e cosa farai in questi giorni?
«Rimarrei il più possibile per stare vicino ai miei cari, a mia nonna e per pensare, ma dipende dai vari impegni che mi chiamano».
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