Il Tirreno

«Voglio giustizia, non sono un assassino»

«Voglio giustizia, non sono un assassino»

Silvio Francini, il tassista condannato a 16 anni per l’omicidio Abbinante, chiede a Strasburgo la revisione del processo

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MASSA. Anche se lui giura di essere sempre stato un uomo ordinato, si vede che Silvio Francini è stato in carcere dal modo in cui mette mano a qualunque cosa si trovi fuori posto. Quasi cinque anni di cella, su sedici che ne doveva scontare per un omicidio che lui ha sempre negato di aver commesso. Francini, tassista in pensione di 75 anni, è l’autore secondo la giustizia italiana del delitto delle forbici, quello che la notte del 13 novembre del 1999 costò la vita a Fabio Abbinante, marmista poco più che trentenne. «Non sono io che ho ammazzato quel ragazzo, è vero che l’ho strattonato e l’ho colpito con un pugno ma soltanto perché non mi voleva fare andare a casa. Non so chi lo ha ucciso, so soltanto che io le forbici me le sono trovate in macchina».

Francini la sua pena l’ha scontata, uscendo prima perché era un detenuto modello («ringrazio il direttore Salvatore Iodice, uno con cui si poteva parlare e che trattava tutti con umanità»), ma comunque quell’etichetta di assassino non gli va giù. Per due motivi. Uno pratico, l’altro legato alle occhiate che si sente piantate dietro la schiena dalla gente che lo incrocia per strada. Quello pratico è che la famiglia di Abbinante naturalmente all’epoca si è costituita parte civile ottenendo un risarcimento. Per onorarlo il legale che rappresenta i parenti del marmista - visti i tre gradi di giudizio - ha chiesto e ottenuto il sequestro cautelativo della casa del tassista. E che quindi tra un anno, se l’impugnazione che ha presentato verrà respinta, potrebbe trovarsi in mezzo a una strada insieme alla moglie.

«Non ho fatto niente, dovete credermi», ripete. Ma sa che più che i giornalisti deve convincere la magistratura. E sta provando a farlo: un primo ricorso alla corte di Strasburgo lo ha presentato nel 2007 ed è stato respinto, adesso ci riprova. «Non voglio però mancare di rispetto a nessuno - precisa -, sto seguendo le regole previste in casi come il mio». È soprattutto una la carta che può risultare vincente alla sua causa: la relazione dei Ris di Parma che non hanno trovato tracce del sangue di Abbinante né sull’auto né sui vestiti di Francini. «Nonostante questo mi hanno condannato tre volte». Un’altra cosa che non gli va giù è quel rito abbreviato deciso dai suoi legali: «Non c’è stato dibattimento, le prove acquisite dagli inquirenti hanno pesato come macigni e io non ho avuto modo di difendermi». Il rito abbreviato però gli ha risparmiato un terzo della pena. Altrimenti gli anni sarebbero stati 24, visto che gli è stata riconosciuta l’aggravante dei futili motivi: aveva conosciuto il marmista solo poche ore prima della sua morte.

Silvio ha passato trentadue dei suoi 75 anni al volante di un taxi, adesso vorrebbe riavere indietro la patente di innocente: «Non ho mai fatto male a nessuno, ero finito in tribunale soltanto una volta per aver detto una parolaccia a un vigile che mi aveva preso di mira multandomi ingiustamente. Eppure quel precedente così piccolo (condannato a un anno) ha pesato, al punto che carabinieri, pm e giudici hanno creduto di avere di fronte a loro una persona violenta. Non è così, io spero che la corte di Strasburgo riconosca che la giustizia italiana nel mio caso non è stata giusta. Lo faccio soprattutto per me e per mia moglie, se dovessimo perdere la nostra casa non so cosa ci potrebbe riservare il futuro. Ecco perché sono tornato a chiedervi di raccontare la mia storia. È un errore giudiziario che soltanto la corte europea può cancellare. Aiutatemi».©RIPRODUZIONE RISERVATA

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