Il Tirreno

Così ho iniziato a rubare nelle scuole

di Alessandra Vivoli
Così ho iniziato a rubare nelle scuole

Parla l’autore di 14 colpi negli istituti cittadini «Diabolik mi piace, ma lui non lo catturano...»

5 MINUTI DI LETTURA





CARRARA. Pantaloni della tuta, quella del Napoli. Quella con cui l’hanno immortalato le videocamere delle scuole in cui ha messo a segno 14 furti in un anno.

Scarpe da ginnastica e felpa col cappuccio. Fisico esile e nervoso: dimostra molto meno dei suoi 28 anni.

Ecco Diabolik, il ladro serialeche ha passato al tappeto gli istituti scolastici di Marina, facendo razzia di computer portatili, lavagne multimediali, e di tutti gli spiccioli contenuti nei distributori di merendine.

Abbiamo deciso di intervistarlo non per fare da grancassa alle sue attività criminali, ma perché capita poche volte di poter andare nel profondo, di conoscere le motivazioni e la storia di chi ruba, di chi esce «dalla strada normale, quella giusta» come lui stesso la descrive. Abbiamo parlato con lui senza indulgenza: continueremo a chiamarlo solo Diabolik, col nome dell’eroe criminale a cui si è ispirato e dal quale, forse, è suggestionato. Ci ha chiesto di mantenere l’anonimato. Una condizione che rispettiamo in attesa degli sviluppi processuali della vicenda.

Come comincia la tua storia?

«Vengo da una famiglia normale: mio padre è un impiegato statale in pensione, mia madre fa la casalinga, ho un fratello che ha un anno meno di me, viviamo tutti insieme, a Marina di Carrara. Ho studiato poco, sono arrivato fino alla terza media, e la licenza l’ho presa in carcere. L’ultimo anno mi hanno beccato con 500 pasticche di ecstasy: ho dovuto scontare tre anni e mezzo di carcere, ai domiciliari ho fatto solo sei mesi. Gli altri me li sono fatti tutti dentro, un po’ a Massa e un po’ a Prato. È stata durissima: un’esperienza forte e terribile. Che mi ha segnato».

Cosa è successo dopo il carcere?

«Per me è stato il momento più difficile. Ho lavorato un po’ come vetroresinatore nei cantieri, ma con la crisi del settore negli ultimi tempi non c’erano più opportunità. Ho cercato altrove, qualsiasi cosa: io sono di Marina, ricordo che lo scorso anno, di questi tempi, mi facevo a piedi tutta la strada dei bagni, fino a Fiumaretta. Lasciavo il curriculum a tutti, per poter fare la stagione: non mi ha mai chiamato nessuno».

Quando ti è venuta l’idea dei furti nelle scuole?

«Gli ultimi anni a casa mia sono stati difficili: mio padre prendeva 600 euro di pensione, i soldi non bastavano mai, nemmeno per pagare le bollette, manco per fare le spesa. Arrivare a fine mese era un’impresa. Ho chiesto aiuto, ma ho trovato solo porte sbattute in faccia. Allora, circa un paio di anni fa, ho cominciato a pensare ad altre strade».

Il disagio economico non può giustificare la scelta di commettere reati.

«Le rapine a mano armata però non sarei riuscito a farle, non avrei mai potuto fare male a qualcuno. Gli scippi poi nemmeno a parlarne: io gli anziani li rispetto, se li trovo in autobus mi alzo per farli sedere, non potrei portargli via la pensione. Allora mi sono ricordato di una persona che in carcere mi aveva parlato di furti fatti in alcune scuole. Lui mi ha insegnato tutto... La cartolina che ha trovato la polizia in casa mia, quella in cui lo chiamavo “maestro” e gli dicevo di non mollare, era per lui. Quello delle scuole mi è sembrato un obiettivo facile, visto che per me era la prima volta».

Quando hai commesso il primo furto?

«Un anno fa, nel maggio scorso, alle medie Buonarroti. Sono entrato di notte, pensando di andare dritto alle macchinette e prendere l’incasso: ma qualcosa è andato subito storto. Quei distributori funzionavano con le cialde, non con gli spiccioli: non c’erano soldi dentro. Così ho cominciato a guardarmi in giro e, dentro un armadio ho trovato 10 computer portatili, uno sopra l’altro. Con a fianco le custodie. Li ho presi tutti e rivenduti a 200 euro l’uno... È stato uno dei bottini più grossi. Con parte di quei soldi ho accompagnato mia mamma a fare la spesa grossa, all’Esselunga. E poi ho dato un po’ di denaro a mio padre, per giocare al Superenalotto: lui lo fa sempre. La speranza è quella di svoltare, di averla davvero un po’ di fortuna. Io ho cercato la strada più breve: e ho sbagliato. Mi dispiace soprattutto per i miei genitori e per mio fratello».

Ma lo sapevi che stavi arrecando danni ai bambini, alle loro scuole?

«Io di vandalismi non ne ho mai fatto, questo deve essere chiaro. Però lo avevo capito anche da solo che scassinando le porte, prendendo i computer e il materiale didattico avrei provocato disagio ai bambini: questa era la cosa che mi faceva stare più male. Per questo ho scritto il biglietto di scuse firmato Diabolik».

Hai preso anche la medaglia del Presidente della Repubblica.

«Quella l’avrei restituitaalla scuola Buonarroti: avevo intenzione di pulirla per bene e di mettergliela nella cassetta delle poste, proprio perché sapevo che per i bambini sarebbe stato importante».

Com’è nata l’idea di Diabolik?

«All’inizio ero incerto se ispirarmi a lui o a Arsenio Lupin: erano due dei miei personaggi preferiti. Poi un giorno, subito dopo aver fatto il primo colpo, sono entrato in una tabaccheria a prendere le sigarette e ho visto le caramelle di Diabolik: mi è sembrato un segno del destino, da allora mi sono rifatto a lui. Ma con un finale diverso: lui la fa sempre franca e fa impazzire l’ispettore Ginko. Io alla fine sono stato beccato».

Quando hai capito di essere finito in trappola?

«Me lo aspettavo, di essere preso. Avevo trovato le fatture delle telecamere in una delle scuole in cui ero già entrato altre volte. Dopo che mi hanno visto in quelle immagini, sono risaliti in fretta a me. E a casa mia hanno trovato parte della refurtiva».

Nessun pentimento?

«Il momento più brutto è stato quando ho visto piangere mia madre. So che l’ho fatta soffrire, i miei genitori sono a posto. Mio padre non ha mai preso nemmeno una multa con la macchina: ora soffrono».

Diabolik, il tuo strano modello. E poi?

«E poi ci sono i personaggi reali. Un po’ Fabrizio Corona, ma anche Renato Vallanzasca e Robin Hood».

Come vedi ora il tuo futuro?

«Con i furti ho chiuso, di questo sono sicuro. Vorrei solo un’altra possibilità e vorrei, soprattutto, che qualche anima buona mi aiutasse a trovare un lavoro vero. Sono disposto a fare tutto: a ritornare a fare la vetroresinatura delle barche, perché l’ho già fatto, ma anche a lavorare come magazziniere, operaio e anche a cominciare subito con la stagione estiva. Io il futuro lo vedo migliore. L’ho promesso ai poliziotti: la voglia di cambiare vita, di non sbagliare più, ce l’ho davvero. Ho soltanto bisogno di una mano».

GUARDA LA FOTOGALLERY

E COMMENTA

WWW.ILTIRRENO.IT

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Massa, tre rapine in due ore in centro: arrestati due giovanissimi

di Redazione Massa