Il Tirreno

Addio a Gildo, il partigiano di Antona

di Chiara Sillicani
Addio a Gildo, il partigiano di Antona

Della Bianchina aveva 97 anni: uomo della Resistenza, è stato in prima linea nella ricostruzione della città

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MASSA. È il primo pomeriggio, Ermenegildo Della Bianchina impasta po’ di farina e acqua. Per insaporire, soltanto un pezzetto di lardo. Arriva un tenente giovane giovane, è il comandante, anche lui ha fame: allunga una mano e si prende il lardo. Gildo, come lo chiamavano tutti, va su tutte le furie, i partigiani non mangiano da cinque giorni. No ha paura: qualche colpo di mitragliatrice sul selciato e il tenente si ritrae. Lui, il piccolo partigiano antonese, rischia la fucilazione per insubordinazione, ma il lardo per i suoi compagni non si tocca. Il comando non lo punisce: «Fai come Stalin in Russia» è l’unico rimprovero e lui, senza batter ciglio: «Allora da oggi chiamatemi Stalin». E Stalin è rimasto per decenni, fino a ieri pomeriggio quando, a 97 anni, ha salutato la sua Antona, la sua terra, la terra su cui ha combattuto per la libertà.

Il suo contributo, di partigiano, di politico, di amministratore, di uomo lo ha dato. Sempre. Anziano, ma mai stanco, insegna ai bambini e ai ragazzi che la libertà è conquista, che qualcuno l’ha difesa fino alla morte. Gildo le atrocità della guerra le conosce bene: giovane militare della divisione cuneense, vive l’esperienza delle campagne di Albania e di Russia. E quando si tratta di riconsegnare il paese alla libertà, è uno dei primi a scendere in campo, si unisce al gruppo patrioti apuani. Nella battaglie lungo la linea Gotica lui c’è, c’è anche durante il duro scontro di Altagnana. Ma le conquiste vanno preservate e Stalin lo fa ogni giorno, in un’Italia tutta da ricostruire. Fonda la sezione dell’Anpi (che guida per 15 anni e di cui è rimasto presidente onorario), si impegna nella politica, da uomo semplice, vero.

È un operaio, alla Dalmine, azienda simbolo del rilancio industriale (più tardi lo sarà della crisi) e della città: dà lavoro a 1500 dipendenti e Gildo è la loro voce, il loro rappresentante, sindacalista per la Cgil. La sua identità politica si concretizza nell’adesione al Psi. È assessore al personale, ma l’immagine più forte è quella di un uomo piccolo piccolo, consigliere comunale, che si alza in piedi e tiene lunghi discorsi. A braccio, come amava dire. La voce forte e la solennità che soltanto gli uomini che “hanno fatto la guerra” possiedono. E la dolcezza di un nonno quando insegna ai bambini delle scuole il vero sapore della libertà e della democrazia e l’importanza del ricordo.

Non ha paura della legge quando, nel 2004, viene condannato, con un decreto, (poi sarà assolto) a cinque giorni di carcere e ad una multa di duecento euro. Ha partecipato ad una manifestazione non autorizzata per cancellare una svastica dal cippo a ricordo del partigiano Aldo Salvetti. Il carcere non lo spaventa, lo spaventa molto di più la svastica.

Per questo è sempre dove c’è una celebrazione, una targa ai caduti. Per questo vuole il sacrario delle Tecchie, sopra Pian della Fioba, per ricordare che da quella strada sono passate - e morte - decine di persone per raggiungere, attraverso il passo del Pitone, l’Italia già liberata, nel versiliese.

C’è Ermenegildo. E solo quest’anno non ce la fa il 10 aprile a festeggiare Massa liberata. Per la prima volta. Eppure l’aspettano una pergamena e il ricordo di tutti i presenti: il tono altisonante, la postura sicura, il lessico di chi la Resistenza ce l’ha impressa sulla pelle.

Se ne va Stalin e con lui un grande pezzo di storia, un monumento di ciò che siamo stati, un antonese piccolo piccolo che ha amato la libertà, i suoi monti, la sua gente. Questa città.

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