Il Tirreno

«Non vendiamo cave: bugie degli ambientalisti»

«Non vendiamo cave: bugie degli ambientalisti»

Il Comune contrattacca: «50mila euro è il prezzo, corretto, della concessione non della cessione». E poi: «Rispettiamo regole, ambiente e interessi collettivi»

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MASSA. «Ogni opinione è legittima, ma non si possono dire falsità. E gli ambientalisti di cose non vere sulla cava Filone Fondone ne hanno dette parecchie. Cose pesanti, non ammissibili, perchè disegnano un quadro distorto del mondo delle cave e dell’azione dell’amministrazione». Non fa sconti l’assessore all’Ambiente Andrea Ofretti al cartello di associazioni (Amici Alpi Apuane, Cai, Italia Nostra, La Pietra Vivente, No al traforo Tambura, Salviamo le Apuane) che nei giorni scorsi avevano lanciato l’appello “Il Comune non venda quella cava” attaccando le politiche del marmo dell’amministrazione Pucci.

Ofretti replica a tutto campo. Primo, controbatte, «Il Comune non vende alcuna cava. Per il semplice fatto che le cave sono nella disponibilità dello Stato e non si possono alienare. Il Comune ha lanciato una manifestazione di interesse per concedere in concessione, ripeto in concessione, l’agro marmifero di Filone Fondone. E la concessione è cosa ben diversa dalla vendita». Se gli ambientalisti «avessero letto meglio l’avviso del Comune – chiosa poi l’assessore – avrebbero capito ed evitato di dire una cosa per l’altra».

Quanto alla contestazione di voler «cedere a prezzo irrisorio» – 50mila euro – un pezzo di montagna di 187mila metri quadrati, Ofretti replica: «Gli amici ambientalisti mi pare non abbiano capito che si tratta del prezzo per assegnare la concessione. Prezzo determinato da vari fattori. Intanto dei 187mila mq. dell’area, l’attività estrattiva riguarda solo poche migliaia di metri, concentrati su due piccoli piazzali; il resto della superficie non ha interesse estrattivo. La mancanza di una strada che renda raggiungibile la cava e di infrastrutture, le numerose frane che hanno interessato i fronti di cava, la necessaria e dispendiosa opera di messa in sicurezza delle pareti sovrastanti sono poi altrettanti elementi che hanno contribuito a definire il prezzo del “bando”».

Respinte al mittente anche le accuse di contribuire al “disastro ambientale”. «Nessun pericolo di danni alle sorgenti e alle falde: non ci sono cavità carsiche da poter determinare una connessione con la sorgente del Frigido».

Ma, soprattutto, Ofretti contesta l’atteggiamento di fondo delle associazioni «che vogliono fare apparire qualsiasi cava, tutte le cave, come un qualcosa da combattere». L’attività estrattiva, al contrario, è per lui «da più di un millennio, tra l’altro», una risorsa economica fondamentale per il territorio apuano, da sostenere e da regolamentare. «Ed è precisamente quel che l’amministrazione civica sta facendo, guardando sempre all’interesse collettivo. Le cave di Dolomia, ad esempio, sono state chiuse perchè l’impatto del traffico pesante su Forno era prevalente rispetto all’interesse economico delle ditte che vi lavoravano. Per la stessa ragione, perchè, cioè, l’impatto ambientale è troppo pesante, stiamo portando avanti le procedure per arrivare alla chiusura della cava di Padulello e Focolaccia. Viceversa, nel caso di Filone Fondone, siamo di fronte al caso di una cava che lavorava nel rispetto dei regolamenti e il cui concessionario, pur continuando a pagare il canone, l’avevano abbandonata. Ebbene, nell’interesse pubblico, abbiamo caducato la concessione e avviato la procedura per assegnarla ad altri imprenditori. Perchè riprenda a fornire marmo, lavoro e ricchezza a vantaggio della collettività».

Claudio Figaia

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