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La piccola Irene uccisa da una polmonite

La piccola Irene uccisa da una polmonite

La dodicenne era deceduta dopo alcuni giorni di febbre alta. Il medico legale Ratti: «Era una forma molto violenta»

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MASSA. Né i genitori né il pediatra della piccola Irene Del Monte, la dodicenne morta a febbraio dopo alcuni giorni passati a letto con la febbre, potevano sapere che quelli erano i sintomi di un’alveolite emorragica bilaterale. Una polmonite fulminante. L’unica consolazione per la mamma e il papà è che, anche se fosse stata diagnosticata in tempo, la patologia non avrebbe lasciato scampo alla loro bimba. È questo l’esito finale dell’autopsia eseguita dal medico legale Maurizio Ratti, che per l’occasione si è fatto coadiuvare dall’anatomopatologo Andrea Cavazzana. Ed è stato proprio quest’ultimo a escludere una malformazione cardiaca come causa del decesso. «Il cuore era perfetto», è stato scritto sul referto finale.

Non è stato semplice risalire alla polmonite fulminante, ma ad aiutare Ratti sono state le condizioni in cui sono stati trovati i polmoni della vittima. In un primo momento si era temuto che fosse stato il virus H1N1, l’influenza A. Ma è stata l’università di Pisa a escluderlo categoricamente. Così è stato necessario un supplemento di indagine medica ed è venuta fuori l’alveolite. Tra l’altro Ratti ha scoperto che a novembre a Bergamo una adolescente era deceduta per colpa dell’identico virus che si è portato via la piccola Irene. Ha parlato con i colleghi e loro hanno convenuto che si trattava di sintomatologie identiche. «Non avrebbero potuto salvarla né i genitori né un dottore che l’avesse visitata a domicilio», ha spiegato con franchezza il medico legale.

La dodicenne si era sentita male a inizio febbraio: tornando da scuola aveva detto alla madre di avere freddo. La donna le aveva messo la mano sulla fronte e aveva scoperto che scottava. Le aveva misurato la febbre e l’aveva spedita a letto, chiamando il pediatra. Il dottore aveva detto che era influenza e che se avesse trovato il tempo sarebbe andato a visitarla. Ma di tenerlo aggiornato. Invece la situazione era andata progressivamente peggiorando: la bimba aveva smesso di mangiare il venerdì e la domenica mattina era praticamente entrata in coma. A nulla era valsa la corsa all’ospedale.

In quei giorni si erano scatenate delle aspre polemiche, dopo che i pediatri avevano ammesso che in periodo di picchi influenzali per loro era impossibile andare a domicilio tutte le volte che venivano contattati. E che per il bene dei loro pazienti era meglio se i genitori li portavano in ambulatorio. «Dove tra l’altro abbiamo tutta l’attrezzatura per poter fare anche dei mini esami di laboratorio». Mamme e papà però avevano contestato ai medici che con quaranta di febbre «era da incoscienti fare uscire di casa un paziente».

Adesso il risultato dell’autopsia se non altro aiuta i protagonisti di questa vicenda: i genitori di Irene in queste settimane probabilmente hanno vissuto con il dubbio di non aver fatto tutto il possibile. Il medico legale Ratti, constatata l’aggressività del virus che ha colpito la dodicenne, è convinto che neppure all’ospedale avrebbero potuto fare qualcosa. Certo, non è una consolazione per chi non ha più una figlia. MA è la realtà dei fatti.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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