Sicurezza
Di Ronza va al Riesame «Io sono solo una vittima»
MASSA. L’avvocato Francesco Persiani, legale dell’imprenditore Stefano di Ronza, arrestato con l’accusa di concorso esterno a un clan vicino ai Casalesi, è stato chiaro con i giudici del Riesame di...
MASSA. L’avvocato Francesco Persiani, legale dell’imprenditore Stefano di Ronza, arrestato con l’accusa di concorso esterno a un clan vicino ai Casalesi, è stato chiaro con i giudici del Riesame di Napoli: «Il mio assistito come ha ricostruito l’inchiesta della Dia è stato vittima di estorsione da parte di un’organizzazione criminale. Quindi non vedo da cosa possano nascere queste accuse, basate su racconti alquanto confusi di alcuni pentiti». Per questo motivo il legale ha chiesto la scarcerazione di Di Ronza. Il Riesame si è preso tempo fino al 23 marzo per esprimersi.
L’imprenditore si trova nel carcere di Firenze e per ora continua ad avvalersi della facoltà di non rispondere. Strategia difensiva. Anche perché nell’ordinanza di custodia cautelare Persiani ha scorto alcune falle che potrebbe aprire lla cella. La più evidente è che i pentiti che tirano in ballo Di Ronza spiegano come hanno conosciuto l’imprenditore e soprattutto quando. Un incontro avvenuto all’inizio degli anni Novanta. Poi si riparla di Di Ronza riguardo il primo decennio del Duemila. «C’è un buco temporale di vent’anni», ha fatto notare Persiani al Riesame. Anche sulle intercettazioni poi c’è margine per controbattere punto su punto. «Non pare lampante il passaggio del mio assistito da vittima a carnefice. Basta vedere come sono messe le sue aziende per capire che lui di favori non ne ha avuti da parte di nessuno - aveva detto all’indomani dell’arresto il legale -. Vorrei ricordare che non ha avuto appalti pubblici e anche per quanto riguarda l’immobile che ospitava il commissariato di Marina di Massa è tutto bloccato. Doveva esserci un cambio di destinazione del terreno che poi non è mai stato fatto. Lo sfratto poi era stato dato con tre anni di anticipo rispetto al trasloco». Proprio i pentiti, nonostante i riscontri che dicono avere trovato gli inquirenti, sembrano l’anello debole dell’inchiesta: si tratta di persone, come Giuseppe Quadrano, che sono in carcere da quindici anni e che già in passato hanno fatto delle rivelazioni che poi sono state confutate da chi era stato tirato in ballo.
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