Il Tirreno

«Povera mamma, che orribile fine»

di Fabrizio Palagi
«Povera mamma, che orribile fine»

Marina Palma rivive il drammatico momento in cui ha trovato Marisa Morchi massacrata nella sua casa di via Palvotrisia

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CASTELNUOVO MAGRA. Marina Palma sta appena ricevendo la telefonata che la avverte della avvenuta conclusione dell’autopsia effettuata sul corpo della madre, Marisa Morchi. Ha pochissima voglia di parlare. I lineamenti comprensibilmente provati dalla tremenda scoperta che, giovedì scorso, ha fatto entrando nella casa della mamma, in via Palvotrisia. Poi le notti successive, di certo insonni, e la snervante attesa di una telefonata da parte degli inquirenti sulle novità delle indagini, con la speranza che esse arrivino presto a buon fine e quindi rivelino chi e come ha ucciso la 77enne che viveva sola nella casetta al civico 37 della strada che unisce l’Aurelia ai primi contrafforti delle colline.

Una telefonata che, al momento, però non arriva. Forse i carabinieri hanno già qualche carta in mano, ma, prima di rivelarla, aspettano la conclusione degli esami autoptici che il medico legale ha effettuato ieri pomeriggio sul cadavere della donna massacrata da una mano per ora ignota.

Marina Palma è nella propria abitazione, sull’Aurelia, poco distante da quella della mamma. In casa ci sono molte persone: parenti, amici o semplici conoscenti, convenuti per portarle la loro solidarietà. Marina, 53 anni, vive assieme ai figli Luca e Matteo, il più grande dei quali ne ha 23 e, con il grado di sottocapo, presta servizio in Marina Militare, sulla nave oceanografica Magnaghi. È proprio il militare a rompere il ghiaccio, ricordando che la sera di mercoledì scorso, quando è stato eletto il nuovo Papa, ha telefonato a Marisa Morchi per dirle «nonna, è fumata bianca» poi aggiungendo «lei mi ha risposto dicendomi: finalmente, sono contenta; così ne ho visto un altro dopo i tanti precedenti».

Mentre ricorda l’episodio, il giovane volto di Luca si apre a un mezzo sorriso. Una espressione che di certo non traspare dal viso della mamma, lì vicino: «Voglio solo ricordare che mia madre ha sempre lottato nella vita, fin da quando, nel 1978, perse il marito che lavorava nella zona industriale di Avenza, alla Italiana Coke. Rimanemmo sole e la mamma da allora ha lavorato tanto. Siamo sempre state molto unite. Poi sono entrata nei vigili urbani di Castelnuovo e, dal 2010, all’ufficio anagrafe. Tutti i giorni si preoccupava di prepararmi il pranzo che portava da casa sua in bicicletta. L’altro giorno, quando sono tornata dal lavoro, attorno alle 13, non ho visto la bici che di solito appoggiava al muro esterno della cucina e quindi ho avuto un sussulto: qualcosa mi ha fatto capire che stavano succedendo cose brutte. In un lampo sono arrivata a casa della mamma, iniziando a chiamarla. Non lo trovata subito. Poi la scoperta. Terribile e assurda. Non meritava questo».

Marina Palma smette di parlare. È arrivata al punto da cui inizia il riserbo impostole dagli inquirenti e che merita essere rispettato. Manca la forza di chiederle quando si svolgeranno i funerali della madre; forse domani o martedì, sembra ipotizzabile.

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