Sicurezza
Pappagallo rapito, la svolta Alf: l’abbiamo liberato noi
In una lettera recapitata al Tirreno gli animalisti anonimi rivendicano il gesto «Ora non rischia più di morire ed è rispettato. Vogliamo sensibilizzare la gente»
MASSA. «Garibaldi non rischia più di morire. Adesso con cure adeguate può tornare a vivere e il Fronte di Liberazione Animale rivendica ogni responsabilità per la sua liberazione, con l’augurio che il signor Fineschi non tratti allo stesso modo gli altri membri della sua famiglia». L’Alf, Animal liberation front, rivendica il rapimento, anzi il «salvataggio» per dirla con le loro parole, del pappagallo Garibaldi, un bellissimo esemplare di ara ararauna brasiliana, scomparso la notte tra il 7 e l’8 marzo dalla sua gabbia all’autosalone Car Shop di Giacomo Fineschi in viale Mattei a Marina.
La firma dell’Alf – movimento militante internazionale che opera nel massimo anonimato e che ha come ragione sociale, appunto, la liberazione di animali in gabbia – era stata lasciata dai rapitori del pappagallo sul pavimento e sui muri. A quel primo indizio si aggiunge oggi una rivendicazione in piena regola arrivata alla redazione de Il Tirreno, che l’8 marzo aveva cercato di contattare l’Alf via email, senza però riuscirci.
L’Alf si è fatto vivo con un comunicato cartaceo inviato tramite le Poste (il timbro porta la data dell’11 marzo, tre giorni dopo il rapimento) e arrivato ieri in redazione. Da una prima analisi dei carabinieri, che indagano sul caso, la precisione dei dettagli riportati porta a pensare che la rivendicazione sia attendibile, tanto che i militari del comando di Massa sono venuti in redazione per acquisire il documento.
Sull’aletta della busta il mittente risulta “Libero Garibaldi, via Roma 9, Massa”. Dentro, un biglietto dattiloscritto con le parole: “Con il presente comunicato Alf intende chiarire i fatti riguardanti la liberazione del pappagallo Garibaldi”. Poi, due fogli A4 scritti al computer, con il lungo comunicato stampa in italiano correttissimo, in cui gli anonimi attivisti rivendicano il rapimento, ne spiegano i motivi e danno notizie di Garibaldi.
«Non l’abbiamo fatto per motivi economici», spiega subito l’Alf. Per l’età e le condizioni, Garibaldi non avrebbe più un grosso valore. Gli attivisti sarebbero intervenuti «a seguito di numerose segnalazioni riguardo alle condizioni disperate del pappagallo». Il comunicato informa poi che «immediatamente dopo la liberazione, Garibaldi è stato portato in un’altra città e visitato da un’équipe di veterinari specializzati» che lo avrebbero trovato fortemente deperito per essere stato al freddo e con le ali atrofizzate.
Secondo quanto si legge nel comunicato, l’Alf gli avrebbe anche fatto le analisi del sangue trovando valori alterati di transaminasi e glicemia a causa dello zinco assunto beccando le reti della gabbia. L’uccello, poi, sarebbe risultato senza microchip, contrariamente a quanto dichiarato dal proprietario, né sarebbe vaccinato, perché – dice l’Alf – non esistono vaccini per le malattie infettive degli psittacidi. L’Alf dice anche di avergli tolto l’anello dalla zampa e di avergli cambiato la dieta integrandola con cibo fresco e frutta. «Garibaldi – spiega l’Alf – una banana non l’aveva mai vista». Ultima annotazione sul suo stato di salute riguarda il piumaggio. Si presenterebbe in uno stato avanzato di deplumazione per il vizio di strapparsi le piume diffuso tra gli psittacidi, spiega l’Alf, come risposta a «noia, isolamento, carenze e inadeguatezza dell’ambiente circostante». Perciò per l’Alf «il cammino per Garibaldi verso la rinascita è ancora lungo».
Il comunicato contiene anche un messaggio al proprietario: «Desideriamo rassicurare il signor Giacomo Fineschi. Garibaldi è sopravvissuto alla nuova casa e si intende una vera casa, non una gabbia in un piazzale auto esposta al freddo giorno e notte... ma al caldo e in compagnia dei suoi simili e considerato e coccolato da umani che ne rispettano la natura e le esigenze». L’uccello avrebbe reagito bene ai volontari, tanto da lasciare che gli grattino la testa e lo prendano in mano.
«Purtroppo – conclude l’Alf – l’aver salvato un pappagallo non salverà una specie ma vorremmo con questo gesto sensibilizzare l’opinione pubblica. A un pappagallo non basta avere il microchip, una gabbia di due metri (quando la sua apertura alare è un metro) e gli dice “ciao” dall’altra parte delle sbarre».
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