Sicurezza
Il proprietario: «Almeno è vivo ma l’ho curato»
MASSA. «Sapere che, almeno, è vivo e sta bene già mi basta. Ma non è vero che lo tenevo male: Garibaldi è stato con me dieci anni e chi ci conosce sa quanto bene gli voglio e come l’ho accudito»....
MASSA. «Sapere che, almeno, è vivo e sta bene già mi basta. Ma non è vero che lo tenevo male: Garibaldi è stato con me dieci anni e chi ci conosce sa quanto bene gli voglio e come l’ho accudito». Giacomo Fineschi è un turbine di sentimenti quando viene raggiunto dalla notizia della rivendicazione del rapimento del suo pappagallo.
Sollievo, innanzitutto. Il suo primo timore, infatti, era che i rapitori lo avessero liberato. E Garibaldi, nato e vissuto in cattività, non è pronto alla vita da libero e sarebbe morto.
Poi incredulità. «Come si permettono di dire che lo tenevo male?», chiede. «Gli avevo fatto una voliera su misura, gli compravo vitamine, banane, mele, carote, perché in commercio si trovano solo semi. Quanto alle ali, quando il giorno chiudevo il negozio, lo lasciavo libero. Non stava mica sempre in gabbia. Sono tutte scuse per giustificare il furto».
E infine rabbia. «A Garibaldi c’ero tanto affezionato – spiega – e lui, quando mi vedeva, faceva dei versi particolari per salutarmi. In concessionaria vengono tante persone e tutti mi hanno dimostrato solidarietà e si sono sorpresi che questi dell’Alf mi hanno accusato di trattarlo male. Sono loro che gli hanno fatto male per portarlo via. Ho trovato le penne della coda e il sangue sulla porta della gabbia».
La rivendicazione, se confermata, può portare elementi utili per risalire agli esecutori materiale del rapimento o, magari, agli autori di quelle «numerose segnalazioni» di cui parla l’Alf. Magari qualcuno è entrato e ha fatto finta di cercare un’auto per prendere notizie sul pappagallo. «Non saprei, non mi sono accorto di niente», spiega Fineschi. (f.f.)
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