Il Tirreno

Sentieri e strade riaperte dalle doppiette

Sentieri e strade riaperte dalle doppiette

La squadra 36 si è visto stravolto il paesaggio dall’alluvione: «Due mesi l’anno li dedichiamo a curare boschi e percorsi»

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MULAZZO. L'alluvione si è portata via anche un pezzo della loro storia: quei sentieri e quelle strade che i componenti della squadra 36 conoscevano come le loro tasche e che avrebbero potuto percorrere ad occhi chiusi. Le avevano percorse mille volte quelle strade in tanti anni di battute ma non avrebbero mai immaginato che il giorno dopo l'alluvione sarebbero rimasti solo i ricordi. Un effetto strano, che disorienta e ti fa sentire piccolo di fronte alla forza incontrollabile della natura che Giovanni Staderoli, capo squadra della 36 sintetizza così: «Ancora oggi ci sembra di andare a caccia in un posto che non è il nostro». Da quel dramma che ancora la Lunigiana sta vivendo, la squadra 36 non ha mai smesso di lavorare per riaprire sentieri e strade pensando anche alla comunità: «Abbiamo preso anche un escavatore, a nostre spese, per riaprire una strada; - racconta orgoglioso - l'alluvione, i suoi effetti, hanno cambiato il territorio e di conseguenza cambiato anche le nostre abitudini di caccia. Non è facile abituarsi».

Gli uomini della 36 dedicano almeno un paio di mesi, ogni anno, ai miglioramenti ambientali, a pulire sentieri e a rendere più sicuri i boschi di cui usufruiranno non solo loro: «Fa parte - taglia corto - della nostra missione». La "O. A. Montereggio", così si chiama la squadra di Stadiroli, 53 anni, di Mulazzo, caccia nell'area omogenea 9 tra Arpiola e Montereggio che corre a fianco del fiume Mangiola, una delle zone della Lunigiana più duramente segnate dall'alluvione. Fondata nel lontano '84, insieme a Staderoli che da sempre è il capo squadra, ci sono gli amici Giuliano Zappellini ed Andrea Lorenzelli a tracciare un filo continuo nella sua lunga storia: «Siamo un bel gruppo, affiatato; mai una parola fuori posto da parte di nessuno; - spiega - se non prendiamo niente alla fine della giornata brindiamo lo stesso». Nella casa di caccia ad Arpiola si cucinano tordelli la sera preparati dalle mogli, il piatto in assoluto preferito dalla 36, si "beve e si mangia". Per condividere questi momenti arrivano anche dal bresciano e dal milanese: «Si alzano alle tre di notte per venire a caccia e per trascorrere una giornata nei boschi; - cerca di spiegare la passione sua e degli amici-cacciatori - nella nostra squadra ci sono migranti che oggi vivono a Milano ma che hanno mantenuto il legame con la terra di nascita anche grazie alla caccia. Siamo orgogliosi dei nostri stranieri».

La 36 caccia proprio al confine con la Liguria in un'area dove i cinghiali, così pare, non mancano: «Sconfinano - spiega la sua teoria - ecco perché il livello dei prelievi è rimasto invariato rispetto agli anni passati».

In bacheca la 36 mette, ogni stagione, dai 100 ai 120 capi; un prelievo che potrebbe essere più importante se si potesse cacciare «il sabato e la domenica oltre al mercoledì, e non il mercoledì, giovedì e domenica» così come previsto dal calendario venatorio.

«In questo modo non tutti hanno la possibilità di prendere un giorno di ferie tutte le settimane per andare a caccia - motiva la sua proposta - e minori battute significano anche minori prelevamenti. Due dei tre giorni di apertura devono essere feriali». Nell'album fotografico ci sono tante foto speciali, ma dietro ad una c'è una storia che si rincorre ancora nelle serate alla casa di caccia: «E’ la foto della nostra jeep carica di cinghiali. Ci abbiamo buttato su dieci esemplari che siamo stati costretti a lasciare appesi ad un albero, per una notte a tre metri di altezza. Li siamo andati a recuperare il giorno dopo».

Staderoli è uno dei cacciatori, per lo più capo squadra, che è riuscito ad appassionare il figlio senza forzature: «Ha preso prima il permesso di caccia che la laurea; - spiega sorridendo - ma io non l'ho mai spinto. Ha scelto da solo di vivere questa passione che ora ci accomuna; io sono felice di portarlo a caccia con me». Ma per Matteo, questo il nome del figlio del capo squadra, nessuna tacca ancora sul fucile: «C'è tutto il tempo».

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