Il Tirreno

Erosione: dal 1942 ad oggi una storia fatta di fallimenti

di Francesca Ferri
Erosione: dal 1942 ad oggi una storia fatta di fallimenti

In oltre mezzo secolo Umberto Nesi ha conservato memoria di tutti i progetti messi in atto Dall’idrovora alle soffolte, fino ai geotubi di oggi. Tanti soldi spesi, ma nessun rimedio

4 MINUTI DI LETTURA





MASSA. Non è il solo il bianco e nero della foto d’archivio a rivelare che questa è una Marina di Massa dei tempi che furono. Oltre al colore della stampa, a rivelare che siamo in un antico passato è quella spiaggia grande e comoda, con baracchini, costruzioni e cabine, dove lo spazio non manca. Oggi quella spiaggia non c’è più, mangiata dall’erosione che nessun artificio umano ha saputo ancora arginare.

Da questa foto, dell’archivio Miniati, comincia il racconto di Umberto Nesi, un massese doc innamorato della spiaggia e osservatore attento delle sue metamorfosi nel tempo. Nesi ha raccolto negli anni una documentazione che ricostruisce tutti i tentativi fatti in oltre mezzo secolo per proteggere la spiaggia dall’erosione. Tutti falliti, compreso l’ultimo, quello dei geotubi che, dopo 16 anni e 15 milioni di euro spesi dalla Provincia, ha lasciato la spiaggia più sottile di prima. La storia dei fallimenti contro l’erosione parte, però, assai prima. Addirittura nel 1942.

«L’erosione – spiega Nesi – è un fenomeno che si cominciò a presentare sul nostro territorio fin dal 1922, quando il Ministero dei lavori pubblici diede il via alla realizzazione della prima diga del porto di Marina di Carrara, finita nel 1942». L’opera era fortemente voluta dall’industria del marmo, allora ben più potente della timida industria del turismo. «La diga – spiega Nesi – fu distrutta nella guerra. I lavori di ricostruzione ripartirono, come ripartì l’erosione del litorale apuano, a fine conflitto».

Negli anni Cinquanta Nesi è un bambino, ha 4 anni e ricorda bene quando il padre lo portava a vedere i cavalloni lungo il viale a Mare che arrivava sotto la colonia Torre Fiat. «Tutti notavano fin da quel periodo che la spiaggia veniva erosa sistematicamente mettendo in crisi anche il viale litoraneo e annessi i grandi marciapiedi nonché le prime due ville da poco costruite a 50 e 100 metri a nord ovest della torre. Ville che in un anno furono mangiate dal mare».

Si levarono subito le voci degli esperti che iniziarono a convincere comuni e provincia a realizzare le scogliere dal fosso Lavello al fronte Torre Fiat-ex Torre Balilla e della colonia Maternità infanzia Ugo Pisa. L’erosione però si ripresenta, sempre a sud dell’ultimo ostacolo artificiale. «In quel tratto il viale è ridotto a non più di un metro sul fronte Colonia Parmense – prosegue Nesi – e furono perciò realizzate scogliere parallele alla costa, dalla Ugo Pisa al bagno Marchini Ricortola e alla ormai abbandonata struttura Ettore Motta».

Visti però i continui insuccessi, gli esperti consigliarono altre opere a dir poco fantasiose. La prima fu un’idrovora. «Pescava sabbia nel porto di Marina di Carrara e, tramite una condotta di ferro di circa 4 chilometri, portava un miscuglio arricchito di olio e sporcizia delle navi sino al fronte Colonia Torino», la Turimar. Ma i costi di manutenzione e il mancato effetto consigliarono di dismettere l’impianto eliminando in parte la tubatura che dopo 50 anni a volte riemerge.

«Poi – spiega Nesi – arrivarono le palificazioni in legno che emergevano per 30-40 centimetri perpendicolarmente alla battigia e si inoltravano in mare per 60 metri. Oltre a non contrastare l’erosione, avevano il beneficio di far raccogliere qualche cozza e far dare qualche testata ai bagnanti. In due anni il tutto fu rimosso».

Poi arrivarono le palificazioni in ferro, le scogliere, le mini isole, di nuovo le scogliere. Poi le soffolte, scogliere di marmo sommerse a uno o due metri parallele alla costa, che sono riuscite solo a distruggere la fauna e la flora marine. «Essendo senza ricambio e ossigenazione – spiega Nesi – la temperatura dell’acqua ovviamente sale e grazie a tale habitat nascono puzzolenti alghe tropicali quali l’ostreopsis ovata».

Infine i “rimedi” più recenti: il ripascimento di sabbia e i geotubi, contenitori in tessuto polimerico. «La dottrina e lo stato dell’arte suggeriscono che questi si possano prendere in considerazione – spiega Nesi – se non è disponibile in loco materiale di cava di buona qualità per costruire dighe a scogliera, e non è il caso nostro; se si usa la sabbia in sito, ma qui l’hanno portata dalla foce del Po; e se non c’è un grosso attacco ondoso, e non è il caso del nostro mare che storicamente può scaricare anche onde oltre 6 metri, com’è successo il 29 dicembre 2012».

Nesi mette in guardia anche dalla ridotta resistenza meccanica dei geotubi, che possono riportare danni meccanici dalle onde, o semplicemente danni vandalici o da parte di mitili.

«L’utenza sappia anche che la durata di questi salsiccioni non va oltre 25 anni – spiega Nesi – e l’esposizione ai raggi solari ne accorcia ulteriormente la vita. Nel caso dei geotubi di Marina di massa, si sono già rotti e il fatto che emergono sempre più dal pelo dell’acqua significa che l’invecchiamento del materiale sintetico è forte».

Insomma, più che una soluzione all’erosione, quella che si è consumata in sessant’anni sulla costa massese è, conclude Nesi, «un vero e proprio laboratorio pratico per dimostrare sul posto ad altre amministrazioni quello che non si deve fare per risolvere o arginare il problema dell’erosione».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

L'approfondimento
Bolkestein

Spiagge, indennizzi: così verranno risarciti i balneari che perdono le aste – Come si calcola il valore da rimborsare

di Matteo Tuccini