Sicurezza
Apuafarma, il tribunale dà ragione a due operatrici
Curavano il servizio socio-assistenziale dal 2006, prima con contratti a progetto poi a tempo, ma il giudice condanna l’azienda: riassunte a tempo indeterminato
CARRARA. Non solo l’inchiesta della procura, che sta passando al setaccio i bilanci, le graduatorie per le assunzioni, il carico e scarico dei farmaci. Per Apuafarma c’è un altro fronte giudiziario, quello del tribunale del lavoro, che si è già chiuso con la sconfitta della società partecipata al 99,90 per cento dal Comune di Carrara.
A fare causa erano state due operatrici socio assistenziali, assistite dall’avvocato Marta Marchetti. Apuafarma, nata per gestire le farmacie, è poi diventata un colosso multiservizi (mense, cimiteri, servizi sociali, ludoteca, di fatto un altro Comune visti i numeri abnormi di dipendenti).
Nella causa di lavoro, le due dipendenti fanno presenti che Apuafarma gestisce per conto del Comune vari servizi socio assistenziali educativi in virtù di un contratto di appalto sttipulato dopo una delibera del 2007, per la durata di nove anni; le due avevano lavorato per Apuafarma fin dal 2006 quali educatrici professionali, prima sulla base di contratti di collaborazione a progetto, poi con contratti a tempo determinato. Ma, si fa notare nel ricorso, i contratti a progetto dovevano ritenersi illegittimi, perché - sosteneva l’avvocato di parte - non individuavano in maniera specifica il progetto oggetto del contratto. Nulli anche i successivi contratti a tempo, perché sarebbero stati privi della causa giustificatrice.
Per entrambe, si chiedeva di trasformare a tempo indeterminato la loro posizione contrattuale fin dal primo contratto a progetto; e condannare la società al pagamento degli stipendi secondo il contratto a tempo indeterminato oltre al pagamento delle spese.
Da parte sua, Apuafarma sosteneva invece la piena legittimità del proprio comportamento, e che i contratti delle due dipendenti erano riferiti all’attività istituzionale di educatore socio-assistenziale (Osa).
Al tirar delle somme, il giudice del lavoro Eminia Agostini ha disposto la nullità dei contratti a progetto stipulati fra le due ricorrenti e Apuafarma, e quindi ha deciso per la sussistenza del contratto a tempo indeterminato fin dalla decorrenza del primo contratto a progetto, cioè dal primo ottobre del 2006, con riammissione al lavoro delle ricorrenti. Condanna inoltre Apuafarma a risarcire le due ricorrenti i danni commisurati a tante mensilità della retribuzione globale di fatto, a decorrere dalla costituzione in kora alla sentemza, oltre a rivalutazione monetaria e interessi legali. Più le spese di tremila euro.
Insomma, una sconfitta su tutta la linea per Apuafarma e a quanto risulta, le due osa non sarebbero le sole ad avere vinto.
Domanda d’obbligo: ma se questi casi si moltiplicano, chi riuscirà a stare dietro alle spese susseguenti? L’inchiesta penale ha il suo iter, e sarà la magistratura a dire se bisogna andare avanti o archiviare. Ma qui, dal punto di vista politico e amministrativo, forse sarebbe il caso che l’amministrazione comunale decidesse una volta per tutte di affrontare il caso di Apuafarma, e valutare se è il caso di tenere in piedi questo “monstrum” cresciuto a dismisura, o se non è il caso di reinternalizzare gradatamente dei servizi.
La vicina Massa gestisce a livello di bilancio comunale le farmacie: una strada che Carrara non vuole percorrere, ma non sappiamo quanto sia vincente. (m.b.)
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