Il Tirreno

Fogna privata con soldi pubblici

Il caso di via Puliche: dopo 17 anni il Comune deve ancora incassare 65mila euro

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MASSA. Diciassette anni di battaglie col Comune per farsi riconoscere il diritto a un risarcimento per il passaggio, nel proprio terreno, di una fogna pubblica non sono una tortura sufficiente. Alla fine della trafila si scopre che per quell’opera il Comune deve ancora incassare il dovuto (65mila euro) dai privati inadempienti. E a rimetterci, come al solito, è l’ambiente dove, dopo oltre tre lustri, si continuano a sversare i gabinetti.

È una storia intricata e triste quella che Guido Alberti racconta in un dettagliato dossier (ordinanze, determine, sentenze) sullo stato delle fogne di via Puliche a Massa, in particolare in una strada privata dove Alberti, come altre famiglie, possiede una casa.

La storia inizia nel ’96 quando il Comune si accorge che in via Puliche le case non sono allacciate alla fogna pubblica. Fino ad allora non c’erano stati problemi: i proprietari usavano i pozzi Imhoff (la rete era troppo distante per allacciarsi) e bastavano a garantire l’igiene. «Poi fu costruito un nuovo condominio al civico 19 di via Puliche – spiega Alberti – e da quel momento cominciarono gli sversamenti». La fogna rigurgita all’esterno i liquami che finiscono fin nelle cantine.

Il sindaco dell’epoca, Pucci, ordina ai proprietari della zona – una ventina – di costruirsi subito una fogna e di allacciarla alla rete pubblica. Per chi rifiutava, l’ente avrebbe fatto fare i lavori anticipando i soldi e poi li avrebbe ripresi dopo.

Gli Alberti – allora abitavano lì i genitori del signor Guido – come altri vicini, per non incorrere in grattacapi con l’amministrazione si costruiscono il loro pezzo di fogna. «L’unico inadempiente è stato il condominio di via Puliche 19», spiega Alberti. Il Comune si attiva con somma urgenza data l’emergenza sanitaria: con 126 milioni di lire appalta i lavori alla ditta Aldovardi e del Freo e, oltre alla conduttura, installa la pompa di sollevamento.

La conduttura, però, passa in alcune proprietà private della stradina privata, tra le quali quella degli Alberti, senza che nessuno riceva un quattrino per il diritto di servitù. Nel 2001 gli Alberti ottengono dal Tribunale almeno la condanna dell’impresa per aver allacciato lo scarico di un vicino.

Alcune cose, però, continuano a non convincerli. Nei documenti comunali la cronologia delle opere non coincide con quella riportata nelle carte processuali; il computo fatto dal responsabile dei lavori precede di due anni l’emergenza igienico-sanitaria; la planimetria della fogna fatta dal Comune altro non è che un foglio catastale con l’opera disegnata a mano libera.

Alla morte del padre, nel 2005 Guido riprende in mano le carte e trova una situazione immutata. Scopre in più che la fogna pubblica che passa dal suo giardino è gestita da Gaia spa. E una lettera protocollata del Comune, dell’agosto 2010, a firma del dirigente del settore ambiente, gli conferma che la fogna pubblica non è stata ancora consegnata ai privati, passaggio che permetterebbe al Comune di incassare quei 126 milioni di lire, ormai passati a 65mila euro.

Dopo un’estenuante corrispondenza col Comune, spesso a senso unico (interviene pure il difensore civico), Alberti ottiene dall’ente il riconoscimento dell’errore e il danno verso la sua proprietà. Ma sono solo 8mila euro e lui rifiuta.

Oggi la partita è ancora aperta. Resta da capire cosa impedisce al Comune di incassare quei soldi e se ci sono altri “casi Puliche” in città. Quanto, insomma, l’ente deve ancora avere da privati che si sono, di fatto, fatti costruire una fogna a spese dei contribuenti e ancora non hanno saldato il conto? In tempi di ristrettezze economiche sarebbe davvero utile saperlo.

Francesca Ferri

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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