Il dolore
«Il maxibuco dell’Asl non è colpa mia»
Parla dal carcere l’ex manager Ermanno Giannetti che ieri ha ricevuto la visita del deputato lunigianese del Pdl Barani
MASSA. «Ho confessato le mie responsabilità e per questo sono qui. Ma non voglio pagare per colpe che non ho, per reati che non ho commesso». Così Ermanno Giannetti, 53 anni, ex direttore amministrativo della Asl 1 di Massa-Carrara, si è sfogato ieri in carcere con il deputato del Pdl Lucio Barani, che è andato a trovarlo. Barani, l’amico di una vita, due anni fa è diventato anche suo accusatore in qualità di membro della commissione parlamentare di inchiesta sugli errori e i disavanzi nella sanità. Eppure, nessun rancore, almeno apparente.
Barani lo ha annunciato sabato scorso: voleva portare all’ex manager la propria solidarietà dopo che il governatore della Regione, Enrico Rossi – anche lui indagato nell’inchiesta sul buco da 420 milioni di euro dell’azienda sanitaria apuana – si era detto «felice» che Giannetti fosse in carcere.
Giannetti in carcere c’è dallo scorso maggio e dovrà restarci per altri cinque anni dopo la condanna per peculato – che lui stesso ha confessato – per essersi appropriato di oltre un milione di euro sottratti all’azienda sanitaria. Sempre qui attenderà l’esito di un secondo processo in cui è imputato per falso in bilancio, per il quale si dichiara innocente.
Dimagrito, barba incolta, tuta da ginnastica, una cella da dividere con altri tre detenuti, sebbene progettata per sole due persone: così Barano descrive l’ex dirigente. «È consapevole – spiega Barani all’uscita dal carcere di Massa – che sta combattendo una grossa battaglia perché, al di là delle colpe che ha confessato, non vuole essere incolpato per reati che non ha commesso. E, ribadisco: il buco alla Asl non lo ha denunciato Rossi per primo, ma la commissione d’inchiesta di cui faccio parte. Dopodiché Giannetti ha continuato a lavorare. Lo hanno licenziato solo quando ha confessato il peculato».
Barani ha varcato la porta del carcere massese alle 11 e si è trattenuto un paio d’ore. Ha visitato Giannetti direttamente nella sua cella accompagnato dal dottor Cappalano, ex collega di camice. L’ex direttore amministrativo stava pranzando con i compagni di cella. «Uomini della sua età – spiega Barani – due dei quali extracomunitari, dalla faccia bravi ragazzi, ma non sono stato a chiedere per quali reati fossero in carcere».
In tavola, maccheroni al pomodoro e cosci di pollo arrosto con patate, preparati direttamente dai quattro nella microcucina ricavata in uno sgabuzzino della loro cella. Un tavolo, quattro sedie, due letti a castello e gli occupanti intenti nel loro pranzo domenicale. «Giannetti aveva la barba incolta – spiega Barani – e l’ho rimproverato: se la deve fare, ogni mattina. E andare a testa alta».
Barani, infatti, è convinto che le responsabilità di Giannetti si limitino al peculato. «Giannetti mi ha solo ringraziato – spiega Barani – sa che lo tutelo contro le false accuse. Il falso in bilancio è da cercare da altre parti. Posso dire che lui è dalla parte di chi lo ha scoperto». L’incontro si è concluso con una stretta di mano e una pacca sulle spalle di Giannetti e la promessa di tornare e fermarsi a pranzo. Nessuna parola sull’indagine, ma prima di andarsene, una confidenza è arrivata lo stesso. «Su Rossi, Giannetti mi ha detto che condivide quel che dico io», conclude Barani.
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