Il Tirreno

Olga morì di stenti, chiuse le indagini

di Alessandra Vivoli

Chiesto il rinvio a giudizio per il compagno dell’ucraina: l’accusa è di aborto colposo. Il corpo della donna resta in obitorio

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CARRARA. Olga Kogut, e il bambino che portava in grembo da sette mesi, morirono di fame e di sete il 26 febbraio scorso, in un giaciglio di fortuna a Nazzano.

A quasi un anno dal ritrovamento della 31enne ucraina , il pubblico ministero titolare delle indagini, dottoressa Rossella Soffio, ha dichiarato concluse le indagini. E ha chiesto il rinvio a giudizio per il compagno di Olga, il marocchino 46enne, Omallah Khalli. Proprio lui che, quella gelida mattina di febbraio, trovando quel corpo privo di vita, inforcò la bicicletta e arrivò fino dai carabinieri di Avenza, per dare l’allarme. Non sono state riconosciute responsabilità di alcun tipo a carico dei servizi sociali e delle assistenti che avevano seguito il caso della giovane donna. Prima che lei facesse perdere le sue tracce.

La vicenda. La vicenda risale al febbraio scorso quando, in una tenda nella zona industriale, venne ritrovato il cadavere di Olga, in avanzato stato di gravidanza. La donna, era stata sposata con un connazionale e madre di un figlio, che i servizi sociali avevano dato in affido. Lei, da quel momento era diventata invisibile: fino alla sua tragica morte.

Il compagno di Olga accusato di aborto colposo. Con l’avviso di conclusione delle indagini arriva anche un colpo di scena: l’ipotesi accusatoria di cui dovrà rispondere il compagno di Olga è di aborto colposo (art. 17 della legge n. 194 del 1978 ).

In sostanza l’uomo è accusato di non aver provveduto alla salute del bambino che la compagna portava in grembo e di aver provocato l’aborto per negligenza, imprudenza, imperizia o per inosservanza di norme. Una vicenda delicata e complessa che, si chiude, almeno per quel che riguarda la fase delle indagini, con il coinvolgimento del marocchino che ha vissuto con Olga le ultime fasi della sua vita. Dell’uomo, senza fissa dimora, in Italia dal 2004 e da tre senza lavoro, dopo aver abbandonato la tenda lungo la ferrovia, al momento, si sono perse le tracce.

Era stato lui a vedere per l’ultima volta la donna in vita, quel sabato sera di febbraio. Alla polizia ha raccontato che si erano addormentati poco dopo le 22 e 30, stretti in quel materasso sporco, in mezzo ai rovi. Durante la notte non aveva sentito nulla di strano. Nemmeno un gemito. Ma la mattina la sua Olga non rispondeva più: da qui la sua folle corsa in bici, per dare l’allarme ai carabinieri di Avenza. Ma ormai non c’era più nulla da fare. Erano morti tutti e due, la donna e la creatura che da sette mesi teneva in grembo.

Il corpo della donna resta in obitorio. Il cadavere di Olga Kogut è ancora in obitorio, dal febbraio scorso. Ma, anche con l’avviso di chiusura delle indagini, non arriverà, in automatico, il nulla osta per il rientro in Ucraina della salma. Non ancora. E nonostante le richieste dei familiari che, già da mesi, avevano chiesto di poter dare una adeguata sepoltura alla loro cara, nel paese di origine, a Kiev.

Ma il calvario di Olga, anche dopo morta, non è ancora finito.

Le indagini sono chiuse, non c’è più nulla da accertare, ma per le esigenze processuali, sostengono dalla Procura, sarebbe opportuno che il corpo rimanesse in Italia. Almeno fino al processo che dovrebbe essere istruito in tempi strettissimi.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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