Il Tirreno

L’appello: ora non fateci pagare l’Imu

di Alessandra Vivoli
L’appello: ora non fateci pagare l’Imu

In via Del Bravo è ancora piena emergenza. La rabbia: qui abbiamo perso tutto, per la seconda volta, adesso è più dura

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CARRARA. Qui, in via del Bravo a Nazzano, proprio accanto al passaggio a livello, due famiglie intere non hanno più nulla. L’alluvione dell’11 novembre ha spazzato via tutto. Hanno perso quattro macchine, una acquistata solo una settimana fa: «per cui mia figlia deve ancora iniziare a pagare i bollettini» dice il signor Gino Pinotti. Sono da buttare via salotti interi, una caldaia, bicchieri (“quelli del servizio buono”) vestiti. Armadi interi di cappotti, camice e gonne, scarpe sommerse dal fango: «Giriamo con i pile e i pantaloni della tuta da martedì scorso». Le uniche cose rimaste, di buono, di questa seconda alluvione che ha colpito al cuore e messo in ginocchio intere zone della città è la solidarietà.

«Facciamo da mangiare a turno - dice Lucia Migliaccio, figlia di Albina, che vive proprio nella casa che si affaccia sulla via Del Bravo - Cose semplici, come un piatto di spaghetti al pesto che condividiamo, insieme. E a lavorare in alcuni momenti siamo stati anche in trenta: amici, volontari, gente che è venuta a dare una mano. Poi ci sono stati alcuni operai di una ditta di spurgo di Parma: due angeli. Quelli ce li ha mandati il Signore».

La gente, in via Del Bravo si è rimboccata le maniche: lavorano tutti, anche chi cammina con le stampelle, come Carmine Migliaccio, 80 anni ancora da compiere, marito di Aliba, è seduto nel cortile a cercare di recuperare le sedie del soggiorno, con cartavetra e coppale. La rabbia però è tanta. Anche perché questo disastro è la seconda volta che va in scena: nel 2003, e il 27 novembre scorso. «Siamo brava gente, abbiamo sempre pagato le tasse, per dormire sereni la notte.Ma ora siamo in ginocchio - dicono i residenti di questa strada martoriata - Chiediamo che almeno non ci facciano pagare l’Imu».

«Basta, stavolta non ce la facciamo più». Giuliana Fusani abita nella casetta in fondo all’aia, accanto al passaggio a livello. Lei qui viveva già nel ’58, poi è stata qualche anno in Svizzera, con il marito Gino Pinotti, e dal 1969 è tornata qui, con la famiglia. «Ci siamo sempre stati bene - racconta all’interno di una casa che, oggi, porta ancora evidenti i segni del disastro combinato dal fiume - Solo nel 2003, quando l’alluvione ci ha portato via tutto, proprio come ora, avevo pensato di vendere e andare via. Ma siamo qui da una vita, ci sono i figli: siamo rimasti. Ma una cosa del genere chi se l’aspettava: stavolta sarà più difficile rimettersi in piedi».

Quello che è accaduto la notte dell’ultima alluvione Gino e Giuliana lo ricordano bene. «Nel pomeriggio eravamo andati a fare al spesa, pioveva forte - racconta Giuliana- Io a mio marito ho detto: ho paura. E lui: “Con il muro alto che abbiamo siamo tranquilli”». Ma il fiume ha travolto tutto - «l’argine nuovo» - ripetono qui nella strada - e scavalcato le paratie che in queste case tutti avevano messo fuori dalle porte.

«Muro e pavimenti salatati: dobbiamo rifare tutto». Nello stesso cortile la storia di Carmine e Albina Migliaccio. Quando il fiume è entrato in casa si sono rinchiusi al primo piano. La figlia, Lucia, è venuta da Marina, nel cuore della notte. «Pensavo di trovarli morti - dice - Sono entrata dalla finestra del secondo piano e ho nuotato nel fango. Ai miei genitori urlavo: state di sopra, non uscite per nessuna ragione al mondo». La forza dell’acqua ha sollevato il pavimento del soggiorno. Fatto un buco profondo nel muro. Portato via mobili, abiti. «Non abbiamo più niente - dice Albina - E sopportare tutto per la seconda volta è ancora più pesante».

Qui hanno provato a lavare i mobili: «Con la pompa, perché il fango era troppo spesso». E ora si spera che qualcosa possa essere recuperato. E, intanto, a rendere tutto più complicato nuvole di polvere che arrivano dalla strada. «A volte - dicono i residenti - bisogna girare con il fazzoletto sulla bocca».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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