Il Tirreno

Stress da alluvione? Può durare sei mesi ma passa sfogandosi

di Francesca Ferri
Stress da alluvione? Può durare sei mesi ma passa sfogandosi

I consigli dello psicologo per chi ha incubi o non dorme «E ai bambini dite la verità ma senza drammatizzare»

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MASSA. Notti insonni, incubi e il terrore che sale e taglia il respiro appena comincia a piovere. L’alluvione ha lasciato un segno non solo sul terreno ma anche nelle coscienze dei massesi. La sensazione di vivere a rischio e il dolore di vedere la propria casa ferita non sono facili da cancellare.

«La reazione dopo un evento traumatico come l’aver subito un’alluvione non è diversa da quella che si ha, ad esempio, per un lutto», spiega Fabio Celi, primario di Psicologia dell’Asl 1 di Massa-Carrara. «In seguito al trauma – spiega Celi – si hanno due tipi di disturbi. Il primo è il disturbo dell’adattamento: la persona non riesce ad adattarsi dopo l’evento che l’ha colpita e reagisce in modo disturbato». Non riuscire a dormire ne è un esempio. Altre reazioni, oltre all’ansia, sono la depressione e l’aggressività.

«Se la cosa è più grave – prosegue Celi – ad esempio se ci si è sentiti a repentaglio, si parla invece di disturbo post-traumatico da stress. In questo caso la persona non riesce a reagire e ha un trauma emotivo». Il sintomo principale è quasi sempre la riproposizione dell’evento traumatico, una fantasia su di esso, il sogno. E si abbassa il tono dell’umore. Reazioni che, nella loro drammaticità, sono normali e in questo caso è valido il detto che il tempo cura le ferite. Quando, però, si trasformano in patologiche?

«Il disturbo dell’adattamento può arrivare a durare anche sei mesi. Trascorso questo periodo le cose si mettono a posto da sole. Non serve lo specialista: basta poterne parlare con un amico, trovare una spalla su cui piangere, sfogarsi. È quello che si chiama supporto di rete ed è terapeutico».

Un capitolo a parte lo meritano i bambini che hanno vissuto un doppio problema: l’alluvione e la paura negli occhi dei genitori. Come comportarsi per rassicurarli? «Intanto va detta loro la verità – spiega Celi – ma non come in tribunale, cioè tutta la verità. Non bisogna dire: “In quel momento ho pensato di morire”. Si dirà loro: “Sì, mi hai visto piangere, perché mi sono spaventato ma ora è passato. Sì, abbiamo perso tutto, ma lo ricompreremo”. Perché poi i bambini scoprono da soli la verità. E a quel punto si chiedono perché i genitori gliela hanno taciuta e finiscono per convincersi che, se la cosa è stata tenuta nascosta, è perché è ancora più grave di come la immaginano».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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