Sicurezza
Dante e “I segugi”: oggi i cinghiali stanno diminuendo
«Colpa della siccità e della penuria di castagne» E la tecnologia rende meno faticosa la battuta di caccia
CASOLA. Dante Fantelli è il decano della caccia al cinghiale. Metà della sua vita l’ha spesa tra macchie e canaloni a postare cinghiali anche se all’inizio c’erano le lepri nel suo mirino.
Un padre cacciatore a conferma che questa è una passione che si tramanda da genitore a figlio come un dono, Dante è la memoria storica della caccia dell’Ambito Territoriale di Caccia 13 di Massa Carrara.
Ha insegnato a cacciare a decine e decine di giovani che oggi cacciano al suo fianco, ed è ancora, a 78 anni, il punto di riferimento per tutti.
A Dante è impossibile non volergli bene. Sa sempre cosa dire e come dirlo. Prende sotto il braccio i giovani (e non solo) e li accompagna nelle battute. «La caccia può essere pericolosa e la sicurezza viene prima di tutto – spiega – cerco di dare loro consigli e di mostrargli come bisogna muoversi nelle poste. C’è da fare attenzione. Sparare è l’ultimo pensiero, deve esserlo. A volte è bello andare in battuta senza sparare nemmeno un colpo. Rende questa passione sempre imprevedibile ed avvincente».
Tra gli allievi più giovani ci sono Jacopo Pellini, 26 anni, Samuel Rosaia, 25 e Massimo Nardelli, 19, il più giovane della squadra. Dante non è solo il più“vecchio”, è anche il più saggio del gruppo; il nonno, il padre, l’amico e compagno di caccia perfetto. E’ dalla sua passione per il cinghiale che nasce la squadra numero 9. E’ lui ad averla fondata, ed ancora oggi, quasi 40 anni dopo, è ancora la sua guida. Il Capo Squadra più longevo. E’ lui ad avergli dato il nome insieme ad un gruppo di amici-compagni di caccia che compongono lo zoccolo storico de “I Segugi”: «Insieme a Bertolini, il Benghi e il Primino Nardelli– racconta indicando i cacciatori più anziani – decidiamo le cacciate. Conoscono bene il territorio e sanno dove andare a cacciare».
Dante ha visto e vissuto tutti i cambiamenti epocali della caccia. Anche lui è un nostalgico di “quei tempi”: «Ci si spostava a piedi, per i boschi; si camminava per ore nella natura. Oggi siamo attrezzati, abbiamo jeep, radio, carabine. La caccia è diversa; 30 anni fa era molto più faticosa».
Anche il numero di cinghiali prelevati era ben inferiore a quello di oggi: «Le squadre erano composte da 7-8 componenti, allora bastavano 2-3 cinghiali e ne avevi abbastanza per fare delle belle cene».
L’area di caccia dei Segugi è la macchia di Luscignano nella zone di Casola in Lunigiana; altro territorio ad alta intensità di cinghiale e tra le zone più impervie della Lunigiana: «Nelle annate buone cacciamo anche 200 cinghiali a stagione – sottolinea Dante – ma quest’anno siamo decisamente più bassi. Ci sono meno cinghiali. Credo che sia per colpa della siccità e delle castagne; non ce ne sono». Dante oltre ad un nostalgico dei tempi passati, è anche un romantico. Il momento più bello per uno che di caccia ne ha masticata davvero tanta resta “la cena dopo la caccia”. Il must sono le barzellette con i vari “Bonuccelli di Viareggio ed Ezio di Vignetta”, dei veri maestri della risata, mentre il mondinatore, al camino, è Ezio Agostini. I piatti preferiti dei Segugi cucinati nella casa di caccia di Castiglioncello, una ex stalla, sono “pastasciutta, lasagne e ravioli. La carne? come fa a mancare!”. Con Dante c’è sempre il figlio Emore di 45 anni. Da 20 anni lo segue in ogni avventura: »Andare a caccia con tuo figlio è speciale. Ci unisce una passione. La stessa che lega tutti i componenti della nostra squadra. Non è solo un gruppo di persone, èormai una famiglia».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
