Il Tirreno

Ecco perché non è arrivato l’elicottero

di Alessandra Vivoli
Ecco perché non è arrivato l’elicottero

Prima annunciato entro 11 minuti, poi hanno comunicato che doveva fare rifornimento. I volontari: fatto il massimo

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CARRARA. «Sono venticinque anni che lavoro nel mondo del soccorso. Non ho mai chiamato i giornalisti, ma oggi mi sento di farlo perché voglio difendere l’impegno e il cuore che questi colleghi, ragazzi, ragazze, mamme e papà, ci mettono ogni giorno quando vengono qui alla Pubblica assistenza e salgono sulle ambulanze. Togliendo tempo alle loro famiglie, allo studio, alla loro vita. Quella del piccolo Mattia è stata una tragedia terribile, per tutti, ma noi come soccorritori abbiamo fatto il massimo».

A parlare è Fabio Barbieri, 39 anni, 25 a bordo delle ambulanze, e responsabile tecnico sanitario dell’emergenza 118 per la Pubblica Assistenza di Carrara. Fabio ricorda ora per ora, anzi minuto per minuto, cosa è accaduto giovedì scorso. E ripercorre tutti i momenti cruciali del soccorso al piccolo Mattia. Quella corsa disperata per salvare la vita del bambino che è stata seguita con il fiato sospeso da una comunità intera.

«Ci abbiamo messo due minuti per arrivare sul luogo dell’incidente». Cominciamo dal principio. Dalla chiamata che alle 15 arriva alla Pubblica Assistenza, in via Nazario Sauro a Marina. «Ci ha allertato la centrale del 118 - spiega Fabio Barbieri - Il messaggio è stato chiaro: un incidente stradale con bambino investito e gravissimo. Nel nostro gergo un “codice rosso”, ossia di massima gravità. Siamo partiti immediatamente, durante il tragitto la centrale, che ha fatto un lavoro egregio, ci ha richiamato due volte per confermare che era un intervento pediatrico (quindi abbiamo preparato il materiale, uno zaino apposito) e di massima emergenza».

«Per arrivare in via Covetta ci abbiamo messo due minuti, è tutto registrato ci sono in centrale tutti i tabulati di partenza e di arrivo - continua Barbieri - Ci siamo resi immediatamente conto della gravità della situazione, e dopo una valutazione primaria abbiamo chiesto l’intervento dell’elisoccorso».

«Ecco perché l’elicottero non è atterrato al campo della Covetta». Il racconto del soccorritore Fabio Barbieri continua. «La centrale ci ha informato che l’elicottero stava decollando da Pisa, dove era in missione, il tempo stimato per l’arrivo era di 10 minuti. Dopo aver caricato il bambino in ambulanza, per la stabilizzazione dei parametri, che non si può fare con il mezzo in movimento, un nostro volontario si è occupato di entrare nel campo della Covetta, far allontanare i ragazzi che stavano allenandosi e predisponendo tutto per l’atterraggio. Nel frattempo, sempre nel giro di un paio di minuti ci è arrivata una seconda segnalazione della centrale: il tempo stimato per l’arrivo di Pegaso aumentava a 24 minuti, perché l’elicottero doveva fare rifornimento. Mi hanno chiesto quanto ci avrei impiegato per arrivare all’eliporto del Cinquale, io ho detto: “Circa un quarto d’ora”. Allora è stato deciso di andare là, proprio per accorciare i tempi».

«Ad arrivare a Cinquale poi di minuti ce ne abbiamo messi 11 - continua Barbieri - Anche perché abbiamo avuto la scorta dei carabinieri di Massa, che ringraziamo per come si sono prestati a questa delicatissima emergenza. Cinquanta metri prima di entrare dentro l’eliporto il bambino respirava: una volta dentro è entrato in arresto cardio respiratorio. È cominciata la manovra di rianimazione da parte di un rianimatore e un infermiere del Pegaso che erano già pronti e a terra, proprio all’interno dell’eliporto. Subito dopo è stato deciso il trasferimento al pronto soccorso. Era inutile andarci prima perché il piccolo aveva ancora i parametri vitali e doveva essere centralizzato, ossia portato nella struttura più vicina idonea alla situazione».

«In questo caso, trattandosi di un gravissimo trauma cranico commotivo - continua nel suo racconto Fabio Barbieri - erano gli ospedali di Pisa, Livorno o Firenze, dove c’è la neurochirugia: per questo abbiamo chiamato l’elicottero».

«Ecco perché abbiamo messo il collare». Barbieri continua la ricostruzione di quel terribile giovedì. «Nel nostro equipaggio tanto per fare chiarezza - dice - non ci sono giovani: siamo tutti ultra trentenni e con un minimo di dieci anni di esperienza. Abbiamo messo il collare al bambino per stabilizzare il collo: e si tratta di un collare pediatrico, diviso in due parti che non può in alcun modo soffocare i pazienti».

«Non abbiamo pianto sul luogo dell’incidente». «Sì, ci siamo messi tutti a piangere, questo è vero. Ma non lì. Non alla Covetta- sottolinea Barbieri - Quello è il nostro lavoro, siamo addestrati per farlo. Il carico emotivo poi lo abbiamo sentito, non siamo macchine, ma solo una volta che la corsa disperata si è conclusa nel peggiore dei modi. Vedere morire un bambino è una cosa terribile, nei prossimi giorni incontreremo una psicologa dell’emergenza proprio per superare quel terribile momento».

«Quando siamo arrivati in via Covetta lo abbiamo capito subito che quel bambino era in condizioni disperate - conclude - Ce l’abbiamo messa tutta per soccorrerlo, per salvarlo. Ci abbiamo messo anche il nostro cuore».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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