Italia
Villette, cemento e spalatori
Chi costruisce è anche il protagonista della gara di solidarietà. Ma il prezzo è insostenibile
Piove sul bagnato. Anche se ora sull'Aurelia impiatricciata di fango secco e argilloso spunta un sole troppo tiepido per novembre, «piove sul bagnato» è la frase che mi rimbalza in testa quando vedo il popolo delle vanghe riunito davanti a due gazebi bianchi. Perché sono i gazebi del presidio del lavoratori della Eaton, colosso multinazionale dell'energia che da Massa, come da Monfalcone, se n'è andato lasciando per la strada più di trecento lavoratori e dismettendo un'area vasta come una intera cittadina.
Ora i lavoratori Eaton dividono il loro gazebo con le tute arancioni della Protezione Civile, i volontari civili e tanti studenti che oggi non sono a protestare contro il regime di tagli selvaggi all'istruzione. Il responsabile mi racconta di averne coordinati almeno duecentocinquanta ogni giorno.
Se non possono andare a mettere in discussione l'idea che la politica sia ridotta a un puro conteggio di debiti, è perché questi ragazzi stanno pagando qui, con le loro felpe infangate, la loro parte di un altro tipo di debito. Sabato notte, infatti, si è presentato alle loro porte un creditore antico, forse dimenticato ma purtroppo dotato di una memoria tenace e infallibile. L'acqua.
La parte a nord est dell'Aurelia è ormai libera anche dal fango, ma l'acqua gorgoglia ancora dai tombini aperti. Nelle case invece, esce dai rubinetti di un non rassicurante color ocra. Fra i caseggiati di Castagnara lo spiazzo di fianco al campo da calcio è il deposito provvisorio di detriti, sui mucchi di terra e tronchi campeggiano un divano di pelle e un armadio di impiallacciato.
Ma è forse fra le villette di Romagnano che l'acqua ha riscosso il suo credito più duramente. I proprietari di un ristorante si sono salvati solo perché assieme ai grandi alberi che avrebbero sfondato vetrate e fatto crollare l'edificio, l'acqua ha trascinato anche un paio di camion che si sono incastrati facendo da provvidenziali paratie.
Siamo in piena zona del Candia, circondati da morbide colline di vigneti. Su queste colline si vedono adesso decine di strappi verticali, stretti e non molto appariscenti. Più che a ferite profonde, ricordano le smagliature che si aprono su certi tessuti vecchi e logori. Eppure questo non è un territorio abbandonato, anzi, è curato e terrazzato.
Vado in giro per capire come mai e Dino, che per l'appunto fa il viticoltore, mi racconta un paio di cose.
«Quando praticamente non piove per sette mesi la terra diventa come cemento. Quest'estate andavo a innaffiare le viti e vedevo l'acqua scivolare via. La bomba d'acqua di sabato è stata senza precedenti e ha trovato il terreno quasi impermeabile. Alcuni canali di scolo sono stati rivestiti di asfalto, altri sono stati predisposti in un'altra epoca, quando fenomeni di queste dimensioni non avvenivano».
Dino ripete che a loro quelle vigne danno il pane, ci lavorano tutti i giorni. Gli chiedo da domani come faranno. «Qua la viticoltura è in ginocchio. Una vite ha bisogno di tre anni per essere produttiva. Ma prima andrà messo in sicurezza il territorio, altrimenti chi ce la pianta una nuova vigna?».
Allarga la mano guantata da una pellicola di fanghiglia. Prima di cinque anni, secondo lui, non ne usciranno. Spero che almeno la vendemmia di quest'anno sia salva, ma purtroppo non è così. La maggior parte della cantine è allagata, ed è lì che stavano tini e botti.
Lungo via del Melaro, una delle zone più disastrate, frigoriferi, lavatrici e poltrone aspettano il passaggio dei camion che manovrano con difficoltà, sciaguattando per i crocicchi stretti. Vedo gente che, a tre giorni dalla notte del disastro, spala via la poltiglia da cantine e seminterrati. L'acqua ha dunque iniziato a pignorare la parte meno nobile di queste case, e per fortuna quella in cui nessuno abita stabilmente. Eppure ha intaccato la tavernetta, uno degli spazi di comodità, dei piccoli lussi che si può permettere chi vive in una casa indipendente.
Romagnano è infatti il regno del Candia e della villetta, in un intrico di stradine e stradelli vicinali, private e a fondo cieco. Oltre ogni cancello i giardini sembrano quasi tornati in ordine e cani di diversa razza, taglia e aggressività abbaiano efficienti al passaggio dell'estraneo. E c'è chi a tutela del proprio feudo ha messo addirittura una rete elettrificata.
E così quella di sabato notte sembra stata una epidemia di apocalissi private.
Manca un'immagine simbolo come il ponte di Bocca di Magra, uno spazio pubblico come quella piazza di Aulla dove l'anno scorso l'unica cosa non lambita dal fango era la candida statua di Bettino Craxi.
Qua a Massa la gente si è rimboccata subito le maniche e si è arrabbiata con tutti, e anche perché sui tg nazionali si è parlato quasi esclusivamente della Maremma. Ma forse è proprio per questo: una miriade di apocalissi da cantina è difficile da raccontare con una sola immagine. Lontana dai riflettori del turismo e da qualche arteria di comunicazione, questa alluvione sembra rimanere “solo” la somma di più di duemila disastri privati, in un luogo in cui lo spazio pubblico è lo stretto necessario a far passare un paio d'auto fra un muretto e l'altro.
Per trovare un altro epicentro di questa sciagura devo arrivare quasi al mare, fra Casone e Partaccia, perché l'acqua ha sfondato a macchia di leopardo, come un esercito che attacca in maniera - solo apparentemente - imprevedibile. Qua il torrente Ricortola ha sconvolto il letargo autunnale degli agriturismi e dei campeggi. Due ragazzi lanciano in un cassone una poltrona color palude. Le loro case sono lungo il torrente, e là sono stati allagati interi primi piani. Tutti si sono dati da fare da subito, dicono, ma è mancata qualsiasi forma di coordinamento. Le pompe per drenare l'acqua sono arrivate, ma senza carburante per farle funzionare. Adesso si discute fra chi vorrebbe il carro attrezzi per portare via le auto danneggiate e chi invece la strada libera per finire di svuotare i locali allagati.
La solidarietà e la generosità non fanno difetto, qui come in qualsiasi spicchio d'Italia. Ma il credito che l'acqua passa a riscuotere ormai ogni anno ha un tasso d'interesse ormai insostenibile. Ogni euro che non spendiamo in cura del territorio ci costerà sette euro di danni. Altro che agenzie di rating e banche d'affari.
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