Finanza
Lavacchio, processo a funzionari e operai per la frana mortale
La notte del 31 ottobre del 2010 persero la vita Nara e Mattia La Provincia coinvolge il Comune: «Ha fatto edificare lassù»
MASSA. Per la frana di Lavacchio, che nella notte del 31 ottobre del 2010 strappò la vita a Nara Ricci e al suo bimbo, di appena due anni, Mattia Guadagnucci, il sostituto procuratore Rossella Soffio ha ottenuto quello che voleva: il rinvio a giudizio delle sei persone indagate. Il processo ci sarà, insomma. E la prima udienza è stata fissata dal gup Giuseppe Laghezza il 26 febbraio del 2013. Ma c’è una novità, anche se non processuale: la Provincia ha tirato in ballo anche il Comune per la concessione dei permessi a costruire sotto il monte. Si profila una guerra tra enti.
Ma chi sono le persone che il pm ha portato alla sbarra? Si tratta di quattro funzionari della Provincia, un libero professionista e il titolare della ditta che ha eseguito i lavori contestati dai periti nominati dai pm Rossella Soffio e Federico Manotti (dopo il suo trasferimento a Genova però l’inchiesta è rimasta alla Soffio). Si tratta di Giuliano Arrighi, capo settore dei lavori pubblici della Provincia; Mauro Alberti, responsabile servizio strade; Nicola Rossetti, responsabile servizio di costa; Libero Ballerini, capo cantoniere (colui che aveva il compito di verificare lo stato delle strade). Il libero professionista che ha certificato i lavori invece è Antonio Cirillo e il titolare della ditta è Paolo Busticchi. Per loro l'accusa è di omicidio colposo plurimo e disastro colposo.
Secondo la procura, con le loro condotte, hanno cagionato una frana. Quella che ha ucciso Nara e Mattia. A ciascun indagato, però, gli inquirenti contestano specifiche responsabilità, in base al ruolo e alle funzioni svolte. Nel mirino ci sono alcuni lavori realizzati sulla strada, proprio sopra la casa della famiglia Guadagnucci. Lavori iniziati nel 2004 e terminati nel 2006. Con uno scopo (almeno secondo i due pm): convogliare e irregimentare le acque piovane mettendo in sicurezza il versante. Quei lavori, però, non sono stati svolti correttamente: troppo piccolo - sempre stando all'ipotesi degli inquirenti - il diametro del tubo di raccolta acque, troppo pochi i pozzetti e le cunette che avrebbero dovuto guidare le acque piovane verso le canalette di scolo. Ma non solo: il 31 ottobre di due anni fa l’acqua premeva a tal punto da spaccare l’asfalto e nessuno si è preoccupato di avvisare le persone che abitavano nelle case sotto il costone. L’incuria della strada - le canaline della provinciale 6 secondo gli inquirenti non venivano pulite correttamente da un pezzo - poi ha fatto il resto. E tutto, secondo la ricostruzione del sostituto procuratore Soffio perché la ditta è stata messa nella condizione di fare delle modifiche al progetto iniziale senza che nessuno dei funzionari si accorgesse di nulla.
La Provincia intanto è stata ritenuta responsabile civile come avevano chiesto Antonio Guadagnucci (marito e padre delle vittime) e la figlia Michela. Le difese degli imputati non hanno presentato alcuna obiezione alle perizie dei tecnici nominati dalla procura, ma la disputa su questo campo si svolgerà durante il procedimento. Per ora il primo passo segna un punto a favore dell’accusa.
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